John le Carré

L’arte dell’ambiguità e la forza dei personaggi

A cura di Marco Lambertini

Salotto D'autore

Rubrica a cura di Marco Lambertini e Cristina Casareggio

La bibliografia di John le Carré è vasta e attraversa oltre mezzo secolo di storia politica e letteraria, per questa ragione farne una ricognizione completa risulta quasi impossibile.

Cercheremo qui di mettere in evidenza alcuni nodi centrali della sua opera: la figura dellagente doppio”, il personaggio di George Smiley, il ruolo del Circus come macchina istituzionale e alcuni romanzi emblematici — La spia che venne dal freddo, La talpa, La tamburina, The Night Manager — capaci di restituire con particolare forza la visione morale e narrativa dell’autore. Una scelta parziale, dunque, ma rappresentativa di un universo coerente e ancora profondamente attuale.

John Le Carrè

John le Carré, pseudonimo di David John Moore Cornwell (1931–2020), è stato uno dei più importanti scrittori britannici del secondo Novecento. Prima di dedicarsi a tempo pieno alla letteratura, lavorò per i servizi segreti britannici, prima nell’MI5 e poi nell’MI6, esperienza che segnò in modo decisivo la sua produzione narrativa.

Costretto inizialmente allo pseudonimo per ragioni di sicurezza, le Carré fece di quel nome una vera e propria identità letteraria. A differenza di molti autori di spy fiction, rifiutò sempre una rappresentazione spettacolare dello spionaggio, scegliendo invece di raccontarne le ambiguità morali, le compromissioni etiche e l’impatto devastante sugli individui coinvolti.

John Le Carré non ha mai scritto semplici romanzi di spionaggio.

Ha raccontato un mondo in cui l’intelligence è solo la superficie visibile di un conflitto più profondo: quello tra coscienza e obbedienza, tra identità e ruolo. Nei suoi libri non ci sono eroi, ma uomini e donne costretti a muoversi in zone d’ombra, dove il tradimento non è un’eccezione bensì una necessità sistemica.

Dalla Guerra Fredda al capitalismo globale di The Night Manager, Le Carré ha costruito una galleria di personaggi memorabili, agenti doppi, funzionari disillusi, attrici trasformate in spie, capaci di incarnare le contraddizioni del potere moderno.

Al centro di questo universo si muove George Smiley, antieroe per eccellenza, testimone silenzioso di un mondo che chiede fedeltà assoluta e restituisce solitudine.

Come afferma brutalmente un personaggio in La spia che venne dal freddo:

Che diavolo pensi che siano le spie? Uomini donore? Sono solo un mucchio di piccoli bastardi come tutti gli altri.

È una dichiarazione esemplare e quasi definitiva dello stile e della poetica che attraversa tutta l’opera di Le Carré e che vede nella figura dell’agente doppio il vero cuore narrativo.

In La spia che venne dal freddo (1963), Alec Leamas è un uomo sacrificato da un sistema che proclama valori morali mentre agisce con cinismo assoluto. Il suo tradimento non nasce da una scelta ideologica, ma dalla logica spietata dell’apparato:

Noi facciamo cose sgradevoli per proteggere persone che non conosceremo mai.

Il film del 1965 diretto da Martin Ritt, con Richard Burton, restituisce perfettamente questa visione attraverso un bianco e nero cupo e spoglio, lontano da ogni estetica eroica.

Il tema raggiunge una complessità ancora maggiore ne La talpa (1974), dove il “doppio” non è un infiltrato marginale ma una presenza ai vertici del Circus. Qui il tradimento non arriva dall’esterno: è interno, strutturale.

Come osserva Smiley:

Il tradimento non è una questione di ideologia, ma di carattere.

La trasposizione cinematografica del 2011, diretta da Tomas Alfredson e interpretata da Gary Oldman, traduce questa idea in immagini claustrofobiche, fatte di silenzi, sguardi e sospetti.

George Smiley è uno dei personaggi più memorabili della letteratura del Novecento. Compare per la prima volta in Chiamata per il morto (1961), descritto come:

Un uomo che non attirava lattenzione, e forse proprio per questo vedeva tutto.

Da questo romanzo sarà la figura principale nei racconti di Le Carre’; ritornerà più volte fino ad essere presente e profondamente disilluso in uno degli ultimi libri dell’autore.

Smiley è l’opposto dell’eroe tradizionale: fisicamente anonimo, emotivamente trattenuto, privo di qualsiasi aura spettacolare. Nei romanzi della cosiddetta “trilogia di Karla” (La talpa, L’onorevole Scolaro, Tutti gli uomini di Smiley) combatte una guerra fatta di memoria, pazienza e comprensione profonda dell’avversario.

Il confronto con Karla non è uno scontro tra ideologie, ma tra due uomini speculari, consapevoli di essere prigionieri dello stesso meccanismo. In Tutti gli uomini di Smiley, la vittoria finale è segnata non dal trionfo, ma da una profonda stanchezza:

Aveva vinto, ma non provava alcun senso di trionfo.

Sul piccolo schermo, Alec Guinness ha incarnato uno Smiley di straordinaria fedeltà ai romanzi nelle serie BBC del 1979 e 1982; Gary Oldman, invece, ne offre una versione ancora più trattenuta e solitaria, confermando come il personaggio funzioni sullo schermo proprio perché rifiuta ogni eroismo.

Il Circus non è solo un’ambientazione ricorrente, ma un organismo vivo, impersonale, spesso crudele.

In La talpa viene descritto con lucidità spietata:

Il Circus non amava gli uomini, amava le procedure.

Smiley entra ed esce dal servizio più volte, ma non se ne libera mai davvero. Anche quando è formalmente fuori, continua a essere richiamato, coinvolto, risucchiato. Lo spionaggio, per Le Carré, non è una professione ma una condizione permanente:

Una volta dentro, nessuno se ne va davvero.

In La tamburina (1983), Le Carré esplora il tema del doppio attraverso il teatro. Charlie, giovane attrice idealista, viene reclutata perché sa recitare. Ma presto la finzione diventa totalizzante:

Non ti stiamo chiedendo di mentire. Ti stiamo chiedendo di recitare.

Il confine, però, si dissolve rapidamente e la stessa Charlie immersa nei doppi giochi non riesce più ad essere sé stessa.

Se continuo a interpretare una parte abbastanza a lungo, cosa resta di me?

Il film del 1984 con Diane Keaton coglie il conflitto emotivo del personaggio, ma è la miniserie BBC del 2018, con Florence Pugh, a restituire pienamente la perdita progressiva dell’identità, portando in primo piano la manipolazione emotiva come strumento di potere.

Con The Night Manager (1993), Il Direttore di notte nella traduzione italiana, Le Carré dimostra come i suoi temi centrali sopravvivano alla fine della Guerra Fredda. Il nemico non è più un blocco ideologico, ma il potere economico, il traffico d’armi, la complicità tra criminalità e istituzioni.

Jonathan Pine non è una spia professionista, ma un uomo reclutato proprio per la sua apparente estraneità al sistema. Anche lui diventa un “doppio”, costretto a costruirsi un’identità fittizia:

Si accorse che mentire era diventato più facile di dire la verità.

La miniserie del 2016 prodotta dalla BBC e AMC, con Tom Hiddleston, Hugh Laurie e Olivia Colman, aggiorna il contesto geopolitico ma conserva intatto il nucleo morale del romanzo: non si combatte il male senza sporcarsi le mani.

Rileggere oggi John Le Carré e rivederne le trasposizioni cinematografiche e televisive significa confrontarsi con una visione dello spionaggio che va ben oltre il suo contesto storico.

Gli agenti doppi, il Circus, George Smiley, Charlie o Jonathan Pine non appartengono solo alla Guerra Fredda o ai suoi epigoni narrativi: sono figure universali, intrappolate in sistemi che pretendono sacrifici morali in nome di cause sempre più opache.

La grandezza di Le Carré sta nell’aver mostrato che il vero campo di battaglia non è tra Est e Ovest, né tra legalità e crimine, ma all’interno dell’individuo.

Nei suoi romanzi si vince quasi sempre, ma non si trionfa mai. Resta solo una stanchezza profonda, e la consapevolezza che, una volta entrati nel gioco, uscirne davvero è forse impossibile.

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