In salotto con… Isotta Salviati

In salotto con Isotta Salviati

Spazio a cura di Claudia Pieri e Samuela Moro

Intervista a cura di Samuela Moro

Scrivere sotto pseudonimo significa anche scegliere un confine: decidere cosa mostrare e cosa lasciare nell’ombra.

Isotta Salviati ha costruito la propria identità autoriale attorno a questa soglia, affidando alla scrittura il compito di raccontarla più di qualsiasi dato biografico.

Nata di venerdì, con il Sole in Scorpione, in un paese all’ombra di un antico castello, vive sospesa fra visibile e invisibile, insieme a Kali, una lupa nera del Lagorai, in una casa piena di specchi. Un immaginario che dialoga in modo diretto con la sua narrativa, popolata da donne apparentemente comuni chiamate ad attraversare soglie interiori e simboliche.

In A Moment of Eternity. Amore, tarocchi e streghe, (Vallecchi Firenze) Isotta Salviati rilegge il gotico in chiave contemporanea, intrecciando lutto, memoria e soprannaturale. La storia di Nina, segnata dalla perdita e attirata da una rocca carica di storia e presenze, si muove tra tarocchi, figure femminili cancellate e un passato che non smette di reclamare ascolto. Ne nasce un romanzo raffinato e intimista, letto e recensito per Salotto Giallo da Samuela Moro (recensione a questo link).

In questa intervista, l’autrice ci accompagna dentro il suo universo narrativo, raccontando le scelte, i simboli e le visioni che hanno dato forma al romanzo.

A Moment of Eternity è un gotico nel senso più classico e al tempo stesso un libro molto intimo. Cosa ti ha portato a scegliere proprio questo genere per raccontare una storia di amore, lutto e memoria?

Il gotico è un genere che mi accompagna da sempre come lettrice, prima ancora che come scrittrice. È uno spazio narrativo che non teme il buio, anzi lo attraversa con attenzione e rispetto.

Mi interessa perché riesce a dare forma a quella zona d’ombra in cui si rischia di smarrirsi, ma che, se affrontata con consapevolezza, permette una discesa autentica in profondità. In un mondo che spesso rifugge la complessità emotiva e ha paura di sostare nel dolore, il gotico compie il gesto opposto: resta, osserva, sa ascoltare.

Raccontare amore, lutto e memoria attraverso questo genere mi è sembrato il più naturale, perché non considero il buio una fuga dalla luce, ma il coraggio di guardare dove altri spesso distolgono lo sguardo.

Nelle note finali del romanzo racconti il lavoro di ricerca e le motivazioni che ti hanno portata a ricostruire la storia della Contessa e della rocca, a partire da fonti e suggestioni reali. Com’è stato trasformare questo materiale storico in una presenza narrativa così viva e inquieta?

Margarete Maultasch è una figura storica di straordinaria potenza. La sua vicenda biografica contiene già, in sé, elementi di ribellione e di coraggio che non ho avuto bisogno di inventare. Il lavoro è stato piuttosto quello di ascolto: lasciare che i documenti, le cronache, le omissioni e i silenzi, i vuoti narrativi, parlassero.

Ho inserito personaggi di finzione – come gli artisti girovaghi – ispirati a figure storicamente attestate, ma a cui ho cercato di dare una fisionomia una voce, una storia che gli appartenessero e li rendessero più vivi.

Vivo sotto il castello in cui Margarete ha abitato; è un luogo bellissimo e fuori dal tempo, che frequento spesso per scrivere. Le mura, i falchi che nidificano tra le pietre, la forra di castagni, le piramidi di terra: questo paesaggio è la mia seconda casa. Durante la scrittura, la sua presenza era costante, quasi fisica. 

Hai scelto di firmare il romanzo con uno pseudonimo e di raccontarti solo attraverso pochi dettagli, molto simbolici. È una forma di protezione, di libertà creativa o fa parte dello stesso universo narrativo che “abiti” in questo libro e magari in future pubblicazioni?

Direi entrambe le cose.

Lo pseudonimo è una soglia: mi offre protezione, ma soprattutto libertà. Mi consente di muovermi con maggiore naturalezza all’interno dell’universo del romanzo, di sentirmi davvero “a casa” nella sua atmosfera. Allo stesso tempo, fa parte dello stesso immaginario simbolico che abito come autrice. Non è una maschera, ma una diversa modalità di presenza: più silenziosa, forse più fedele a ciò che scrivo.

I tarocchi nel libro non sono solo uno strumento narrativo, ma una vera “soglia tra i mondi”. Anche nella tua biografia l’occulto e l’invisibile hanno un ruolo importante. Che rapporto personale hai con le carte e cosa rappresentano per te, come autrice e come narratrice?

La narrazione, da sempre, si nutre di simboli. Basta pensare alle fiabe. I tarocchi parlano proprio attraverso il linguaggio simbolico e, se accostati, costruiscono storie che sono inevitabilmente le nostre storie.

C’è chi li considera uno strumento divinatorio, chi una mappa del futuro; per me sono soprattutto una cartografia dell’interiorità. Una mappa che, nei momenti in cui mi sento confusa o senza punti di riferimento, mi aiuta a capire dove mi trovo.

Amo in particolare gli oracoli: li considero opere artistiche potentissime, create da artisti di grande talento. Sono porte spalancate sull’immaginifico e sulla creatività, e mi piace molto utilizzarli nella scrittura e nella vita.

La tua scrittura è elegante, controllata, capace di creare tensione senza mai eccedere. Quanto lavoro di cesello c’è dietro una pagina che deve essere insieme poetica, oscura e narrativamente efficace?

Il lavoro arriva in un secondo momento. La prima stesura è istintiva, guidata dalle immagini, dalle suggestioni, dalle mie letture. Anche dalle suggestioni portate da una canzone. Poi inizia il lavoro di cesello vero e proprio: togliere, affinare, ascoltare il ritmo della frase.

È un processo lento, che corrisponde soprattutto a “pulire il rumore di fondo” per far emergere quello che davvero vorrei dire. 

Nina è una protagonista segnata dal lutto, ma anche dotata di una sensibilità che le permette di percepire ciò che sfugge agli altri. Quanto di lei nasce dal bisogno di raccontare il dolore e quanto, invece, dal desiderio di trasformarlo in una forma di visione?

Nina nasce dal desiderio di raccontare una persona profondamente imperfetta, simile a noi lettori, a me soprattutto: con le sue debolezze, i suoi errori, le sue figuracce. Porta con sé un grande dolore e un senso di colpa che la paralizza.

Credo che, per sopravvivere al dolore, sia necessario tentare di dargli un significato, anche quando sembra non averne. In questo gesto c’è già una forma di visione. Non una redenzione, ma uno spostamento dello sguardo: dal trauma alla possibilità di non rimanerne schiavi, di liberarsi, almeno in parte.

Infine, la nostra domanda di rito. Hai la possibilità di sederti nel nostro Salotto con il tuo autore o la tua autrice preferito/a e fargli/le una sola domanda. Chi inviti e cosa gli/le chiedi?

Inviterei Shirley Jackson. Le chiederei come si resta fedeli all’inquietudine senza addomesticarla, ma anche senza lasciarsi inghiottire. E, forse, le chiederei se anche lei ha mai avuto la sensazione che le case, a volte, sappiano più cose di noi.

Salotto Giallo ringrazia l’autrice per la sua disponibilità all’intervista
A moment of eternity Salotto Giallo

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