Morte di un dietologo di Piero Degli Antoni

Recensione di Marco Lambertini

TRAMA

Nella quiete apparente di Bergamo, dove i peccati si confessano sottovoce e le apparenze valgono più della verità, l’assassinio di un dietologo di fama – noto per i suoi legami altolocati e le sue abitudini bohémien – scuote il fragile equilibrio cittadino. Tocca al vicequestore Osvaldo Bevilacqua, ottantacinque chili portati male, affrontare un’indagine che scava nelle pieghe torbide di una provincia moralista e corrotta.

E all’ispettore Saverio Panza, iper salutista e paladino della disciplina e del controllo, che cerca invano di tenere a freno l’istinto autodistruttivo del suo superiore, che alterna confessioni ironiche a notti solitarie. Dietro la morte del dietologo si nasconde un groviglio di ossessioni, traffici e connivenze che legano sacrestie e ristoranti stellati, ambulatori privati e confessionali impolverati. E mentre Osvaldo annaspa tra le ombre della città e quelle del proprio passato, il confine tra giustizia e compassione si fa sempre più sottile.

Ma questa storia – dove il cibo è sintomo, rifugio e dannazione, e l’appetito, in fondo, solo un’altra forma di dolore, la fame più pericolosa – è anche una commedia gialla piena di gusto, segreti e contraddizioni, che svela il lato oscuro delle buone maniere e dei piatti leggeri.

Morte di un dietologo di Piero Degli Antoni è un giallo che parte da una struttura solidamente classica – un omicidio, una vittima illustre, un’indagine paziente – per trasformarsi in qualcosa di più sottile e interessante: un ritratto ironico e disincantato della Bergamo “bene” e delle sue contraddizioni.

La vittima non è una persona qualunque. È un dietologo celebre, un professionista rispettato, un nome che conta negli ambienti giusti. La sua morte scuote una città abituata a mostrarsi composta, efficiente, rispettabile. E proprio per questo, man mano che l’indagine avanza, il quadro si fa sempre più inquietante: dietro l’immagine pubblica emergono verità scomode, rancori, rapporti opachi. Il dietologo, simbolo del culto del corpo e della disciplina, si rivela una figura molto meno limpida di quanto apparisse, circondata da un numero sorprendente di nemici.

A guidare l’inchiesta sono due personaggi che funzionano magnificamente insieme: il vicequestore Orlando Bevilacquae l’ispettore Saverio Panza.

Bevilacqua è un investigatore lontano da qualsiasi modello eroico.

Sessantun anni, origini incerte,  probabilmente padane, tra Parma e lAppennino: lui non ne  parla volentieri, lo si può intuire dallinflessione e da una erre  vagamente arrotata. Non si può dire che sia un belluomo: un  metro e sessantotto per ottantacinque chili, agli estremi limiti  dellobesità ma non ci siamo ancora. Diciamo sovrappeso, e  sovrappeso di parecchio. In ogni caso, non lo si vede accompagnato a una donna da molto tempo, ma lui non sembra  farsene un cruccio.

Bevilacqua osserva, ascolta, aspetta. È paziente, riflessivo, capace di leggere le persone e soprattutto di muoversi con cautela dentro un ambiente sociale delicato, dove ogni parola pesa e ogni silenzio nasconde qualcosa.

Accanto a lui si muove Saverio Panza, quasi il suo opposto naturale.

Alto, magro, atletico, sulla cinquantina, con capelli brizzolati folti e baffetti ben curati, Panza ha sicure origini meridionali e un modo di stare al mondo più disinvolto. Celibe – o single, per usare un termine più moderno – non soffre certo la solitudine: le donne non gli mancano e il romanzo lo racconta con una leggerezza ironica irresistibile, come quando qualcuna si presenta direttamente in questura e lui è costretto a portarla via in fretta, sussurrando frasi che restano fuori campo. Il suo ufficio, uguale a quello di qualsiasi questura dItalia, con quellaria un podecadente e ammuffita.

La forza del romanzo sta proprio nel rapporto tra questi due investigatori: diversi per età, fisicità, carattere e provenienza, ma complementari. Bevilacqua è lo sguardo lungo, Panza l’intuizione rapida; uno riflette, l’altro agisce.

Insieme attraversano una Bergamo che non è mai un semplice sfondo, ma una presenza viva e costante.

Piero Degli Antoni

Giornalista professionista. Ha lavorato in vari giornali, tra cui «Il Giorno» e «Quotidiano Nazionale». Ha pubblicato dieci romanzi, perlopiù gialli e thriller, tra cui “Ti porterò nel buio”, (Sperling&Kupfer, 2015).

I suoi libri sono stati tradotti in molti Paesi tra cui Germania, Francia, Spagna, Stati Uniti, Russia, Olanda, Corea. Ha vinto il Premio Azzeccagarbugli nel 2007 con il romanzo “La notte di Peter Pan” (Rizzoli, 2007). Nel 2015 è uscito un suo racconto nell’antologia “Gente di Bergamo” (Bolis Edizioni).

Lo stile di Piero Degli Antoni è uno degli elementi più riusciti del libro.

L’autore sceglie una narrazione in terza persona, ma affida al narratore una personalità ben riconoscibile, quasi astratta, che accompagna il lettore con leggerezza e intelligenza.

È una voce che osserva, commenta, talvolta sorride, e che sa entrare nei pensieri dei personaggi senza mai appesantire il racconto. Proprio attraverso questo narratore,

Degli Antoni riesce a spiegare caratteri, manie e contraddizioni con naturalezza, mantenendo sempre un tono ironico e mai giudicante.

La città di Bergamo emerge così in tutta la sua ambiguità: elegante, riservata, borghese, ma attraversata da tensioni sotterranee e segreti ben custoditi. Le strade, i quartieri e gli ambienti della Bergamo che conta diventano il teatro ideale per un giallo in cui il crimine non arriva da fuori, ma nasce proprio all’interno di quel mondo perbene che fatica ad accettare le proprie ombre.

Morte di un dietologo è un romanzo che rispetta le regole del giallo classico, ma le utilizza per raccontare qualcosa di più ampio: una città, una classe sociale e il bisogno costante di apparire migliori di ciò che si è.

Una lettura piacevole, intelligente e profondamente radicata nel territorio, capace di divertire e fotografare uno spaccato di società italiana.

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