Infinite jest di David Foster Wallace

Infinite jest Salotto Giallo

Recensione di Cristiano Colombo

Rubrica a cura di Cristiano Colombo
e
Katya Fortunato

TRAMA

In un futuro non troppo remoto e che somiglia in modo preoccupante al nostro presente, la merce, l’intrattenimento e la pubblicità hanno ormai occupato anche gli interstizi della vita quotidiana. Il Canada e gli Stati Uniti sono una sola supernazione chiamata ONAN, il Quebec insegue l’indipendenza attraverso il terrorismo, ci si droga per non morire, di noia e disperazione. E un film perduto e misterioso, “Infinite jest”, dello scomparso regista James Incandenza, potrebbe diventare un’arma di distruzione di massa…

Ci sono libri che leggi e libri che ti vivono dentro. Infinite Jest appartiene alla seconda categoria, ma in un modo che non riesci a sperimentare prima.

Iniziato tre volte. Le prime due ho mollato dopo cinquanta pagine, frustrato, convinto che fosse solo un esercizio di vanità intellettuale. La terza volta qualcosa è scattato, e quando ho chiuso l’ultima pagina dopo settimane di lettura ossessiva, sapevo che non avrei più giudicato un libro come avevo sempre fatto

Questo romanzo è uscito nel 1996, ma io l’ho letto nel 2003 quando avevo già avuto la fortuna di poter ascoltare le lezioni di Luciano Nanni sulla filosofia dell’estetica a Bologna, quando pensavo di aver compreso quasi tutte le complessità possibili della narrativa.

Ma Wallace fa qualcosa di radicalmente diverso. Non gioca con la letteratura: la usa come bisturi per aprire il ventre della società contemporanea e mostrarti cosa c’è dentro.

E non è bello.

Al centro di tutto c’è questa idea geniale e terrificante: un film così perfetto, così irresistibile, che chi lo vede anche solo una volta non riesce più a staccarsene.

Continua a guardarlo in loop fino a morire di disidratazione, di fame, di pura ossessione. Si chiama “Infinite Jest”, come il romanzo stesso.

Nel 1996 poteva sembrare fantascienza. Oggi è la nostra vita quotidiana.

Wallace aveva capito tutto. Aveva previsto Netflix, Instagram, TikTok, lo scrolling compulsivo alle tre di notte. Aveva capito che il vero problema del ventunesimo secolo non sarebbe stata la mancanza di libertà ma l’eccesso: troppa scelta, troppo contenuto, troppa stimolazione. E che questo eccesso ci avrebbe resi prigionieri esattamente come l’eroina rende prigioniero un tossicodipendente.

La metafora è perfetta perché Wallace intreccia costantemente le due forme di dipendenza. Da una parte hai i ragazzi dell’Ennet House che combattono contro la dipendenza chimica, che vanno alle riunioni degli Alcolisti Anonimi e ripetono slogan apparentemente banali tipo “un giorno alla volta”.

Dall’altra hai la società intera dipendente dall’intrattenimento, incapace di stare cinque minuti senza uno schermo, senza una distrazione, senza qualcosa che riempia il vuoto.

E Wallace ti fa capire che non c’è differenza. Il meccanismo neurologico è lo stesso: cerchi qualcosa che ti faccia sentire bene, lo ottieni facilmente, il cervello si abitua, hai bisogno di dosi sempre maggiori, e alla fine sei in trappola. Che sia crack o sia Instagram, cambia poco.

Le prime cento pagine di Infinite Jest sono un incubo. Salti tra personaggi che non conosci, luoghi che non capisci, tempi che cambiano senza preavviso. E poi ci sono le note. Trecentoottantotto note a piè di pagina, alcune lunghe dieci pagine, alcune con note dentro le note. Ti mandano a leggere cose apparentemente inutili, divagazioni infinite su argomenti tecnici, storie parallele che sembrano non c’entrare nulla.

E poi, se resisti, se ti concedi il tempo di entrare nel ritmo, succede la magia. Cominci a vedere il disegno nascosto.

Tutte quelle storie scollegate iniziano a parlarsi. I personaggi che sembravano casuali si rivelano connessi in modi inaspettati.

Le note che sembravano divagazioni risultano fondamentali per capire la trama principale.

Wallace ha costruito il libro come un frattale matematico, una di quelle figure dove ogni piccola parte contiene la forma dell’intero. Lo ha detto lui stesso in un’intervista: si è ispirato al gasket di Sierpiński, un triangolo che viene infinitamente suddiviso in triangoli più piccoli. Ogni capitolo, ogni scena, ogni nota replica in miniatura i temi di tutto il romanzo: dipendenza, solitudine, ricerca di connessione, impossibilità di comunicare.

È frustrante? Sì. È geniale? Anche. Perché Wallace non ti sta facendo faticare per sadismo. Ti sta facendo vivere sulla tua pelle cosa significa esistere nella società dell’informazione infinita, dove veniamo bombardati da mille stimoli contemporaneamente e dobbiamo trovare un modo per dare senso al caos.

Il personaggio di Hal mi ha devastato. È un diciottenne con una memoria fotografica che ha memorizzato l’intero dizionario, un tennista di altissimo livello e un brillante, articolato, destinato a una grande università. E dentro è completamente vuoto.

Hal parla perfettamente ma non riesce a comunicare niente di vero. Pensa costantemente ma non sente quasi nulla. È l’incarnazione perfetta di quello che siamo diventati: iper-connessi digitalmente ma profondamente soli, iper-informati ma incapaci di dare senso alle informazioni, iper-articolati ma incapaci di dire qualcosa di autentico.

La scena che apre il libro (che cronologicamente è la fine della storia, perché Wallace ama confonderti) è devastante: Hal è a un colloquio universitario e cerca di parlare. Lui pensa di star dicendo cose intelligenti e articolate.

Ma quello che esce dalla sua bocca sono solo suoni gutturali, incomprensibili. Gli altri lo guardano con orrore, pensano che sia pazzo o drogato. È l’immagine perfetta dell’afasia contemporanea: abbiamo un milione di cose da dire e nessun modo di dirle davvero.

E poi c’è il tennis. Wallace era stato un giocatore competitivo da ragazzo e usa lo sport come metafora stratificata. Il tennis diventa il modello della competizione capitalistica: sai sempre esattamente quanto vali, c’è una classifica, un ranking, sei sempre misurato e giudicato. Ma è anche una possibile via di trascendenza: quando ti alleni così tanto che i movimenti diventano automatici, il tuo ego sparisce e resta solo il flusso puro dell’azione. È quasi mistico.

Se Hal è l’intellettuale intrappolato nella propria testa, Don Gately è il suo opposto. Ex rapinatore, ex eroinomane, un omone che ha fatto cose terribili e ora cerca di rimettere insieme i pezzi lavorando all’Ennet House. Non è intelligente come Hal, non ha letto libri, non sa articolare concetti complessi. Ma ha una cosa che Hal non ha: è capace di sentire.

Gately è il personaggio che Wallace usa per esplorare la possibilità della redenzione. E la redenzione, in questo romanzo, non passa attraverso grandi rivelazioni o momenti di illuminazione. Passa attraverso la ripetizione quotidiana di gesti semplici: alzarsi, andare alle riunioni, ripetere gli slogan banali degli AA, aiutare qualcun altro, andare avanti un giorno alla volta.

È una visione della salvezza quasi religiosa ma completamente secolarizzata. Wallace suggerisce che l’unica via di uscita dalla prigione dell’ego narcisista e della dipendenza è la resa completa. Gli AA ti dicono: “ammetti di essere impotente, arrenditi a un potere più grande di te”. E Wallace sembra dire: sì, funziona proprio così. Il paradosso è che la vera libertà arriva quando smetti di cercare di controllare tutto, quando accetti di sottometterti a qualcosa di più grande.

C’è una frase che ricorre nel libro, quasi un mantra: “We’re all deeply alone here”. Siamo tutti profondamente soli qui. È la condizione umana contemporanea distillata in cinque parole.

David Foster Wallace

David Foster Wallace nasce a Ithaca da Donald Wallace e Sally Foster Wallace. Vive fino alla quarta elementare in Illinois, per poi trasferirsi a Urbana, dove fraquenta la Yankee Ridge School. Si laurea all’Amherst College nel 1985 in letteratura inglese e in filosofia, specializzandosi in logica modale e matematica.

La sua tesi sulla logica modale viene premiata con Gail Kennedy Memorial Prize. Nel 1987 ottiene un Master of Fine Arts in scrittura creativa alla University of Arizona.
Insegna alla Illinois State University per gran parte degli anni novanta e nell’autunno del 2002 diventa professore di scrittura creativa e letteratura inglese al Pomona College, in California.

La sua prima opera pubblicata è The Broom of the System (La scopa del sistema), “il romanzo di formazione di un giovane wasp ossessionato da Wittgenstein e Derrida”, che riceve dalla critica un’accoglienza entusiastica.

Wallace esplora questa solitudine attraverso centinaia di personaggi, ognuno intrappolato nella propria forma di isolamento. C’è chi cerca di riempire il vuoto con la droga, chi con l’ambizione, chi con il sesso, chi con l’intrattenimento compulsivo. Ma il vuoto resta, perché non puoi riempire con le cose esterne qualcosa che è strutturale all’esistenza.

E qui emerge uno dei temi più potenti del romanzo: l’unica cosa che può aiutare è la connessione umana autentica.

Ma questa connessione è diventata quasi impossibile. Abbiamo sostituito la comunicazione vera con performance di comunicazione. Parliamo tantissimo ma non diciamo niente. Siamo sempre connessi digitalmente ma mai davvero presenti.

La famiglia Incandenza è il microcosmo perfetto di questa disfunzione. Il padre che si suicida lasciando dietro di sé film criptici che nessuno capisce. La madre ipercontrollante che non riesce a vedere i figli per quello che sono. I figli che crescono brillanti ma emotivamente mutilati. È una famiglia dove tutti parlano, dove circolano infinite parole, ma dove nessuno si tocca mai davvero.

Wallace scrive con uno stile che ti spacca la testa. Passa dal linguaggio tecnico più astruso allo slang più crudo. Una pagina può essere piena di termini scientifici sulla fisica del tennis, la successiva è il delirio di un tossico in crisi d’astinenza. Ci sono frasi di tre righe e frasi che occupano un’intera pagina.

È faticoso. È estenuante. Ci sono momenti in cui vuoi lanciare il libro contro il muro. Ma questa difficoltà non è un difetto: è parte integrante del messaggio. Wallace sta replicando formalmente il sovraccarico informativo che viviamo quotidianamente.

Sta facendo con la letteratura quello che la società fa con le nostre menti: bombardarci di stimoli fino quasi a sopraffarci.

E c’è un’altra cosa: Wallace sta combattendo contro l’ironia. La sua generazione, cresciuta con la TV e il postmoderno, aveva imparato a essere ironica su tutto, a non prendere mai niente sul serio. Ma Wallace capì che questa ironia perpetua aveva creato un vicolo cieco. Se sei ironico su tutto, se non ti impegni mai davvero in niente, alla fine non puoi più comunicare niente di vero.

Allora ha fatto una cosa coraggiosa: ha scritto un libro che, sotto tutta la complessità tecnica, è disperatamente sincero.

Parla di solitudine, dipendenza, paura, bisogno di connessione. E lo fa senza protezioni ironiche, senza cinismo. È vulnerabile. E questa vulnerabilità, in un’epoca di ironia obbligatoria, è quasi rivoluzionaria.

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