Recensione di Emanuela Ferrara
e
Cristina Casareggio

Rubrica a cura di Francesca Pica e Samuela Moro
TRAMA
Dietro i merletti, il progresso scientifico e l’apparente decoro, l’Ottocento celava un mondo torbido e inquieto, fatto di miseria, violenza e follia. Per i vicoli fumosi lungo il Tamigi, nelle cantine dei palazzi barocchi di Torino, lungo le strade fangose della provincia francese e per le stanze d’ospedale di una Boston puritana si aggirano assassini insospettabili: infermiere affabili e letali, seduttori dai modi eleganti, vagabondi dagli occhi febbrili e l’anima corrosa.
Uomini e donne che hanno trasformato la disperazione, il narcisismo e la crudeltà in una scia di sangue. Tra atmosfere gotiche e un ritmo da thriller, Ottocento oscuro ricostruisce i casi di omicidi che hanno popolato le cronache nere di un’epoca ambigua. Storie di predatori e vittime, ma anche dei sistemi sociali che hanno permesso all’orrore di germogliare nell’ombra.
E, voltata l’ultima pagina, quello che resta è qualcosa in più di una galleria di mostri: è il riflesso di un intero secolo, con le sue paure, i suoi silenzi e le sue ipocrisie. Tenetevi pronti per una discesa vertiginosa nei sotterranei della storia, tra corruzione, perversione e ferocia, che costringe a guardare in faccia il lato più oscuro dell’animo umano.
C’è un equivoco diffuso sull’Ottocento: l’idea che sia stato un secolo di fiducia cieca nel progresso, nella scienza, nella razionalità.
Ottocento Oscuro, di Emma Ciceri, smonta questa narrazione rassicurante e ci conduce invece nei suoi interstizi più inquietanti, là dove il progresso tecnico conviveva con sistemi giudiziari fragili, pregiudizi sociali radicati e una scienza ancora incerta, spesso ambigua.
Ottocento Oscuro attraversa le nazioni seguendo casi di cronaca nera realmente accaduti: omicidi, violenze, errori giudiziari, mostri costruiti tanto dai fatti quanto dallo sguardo dell’epoca. Non è un saggio accademico in senso stretto, e l’autrice lo chiarisce fin dalla nota introduttiva.
La ricostruzione storica convive con una scelta narrativa che restituisce ritmo e densità emotiva alle vicende, ed è proprio questa commistione a rendere il testo particolarmente efficace.
Uno dei meriti maggiori di Ottocento Oscuro è quello di mostrare quanto la nascente scienza forense fosse, nell’Ottocento, una terra di confine. Le indagini si muovono in un mondo in cui le impronte digitali non sono ancora una prova, il sangue non parla, le autopsie sono spesso l’unico strumento affidabile e il resto viene affidato all’intuito, alla reputazione sociale, alla morale dominante.
Nell’Ottocento un alibi si reggeva spesso su una semplice testimonianza: «ero in città», «qualcuno mi ha visto». Magari a parlare era un sacerdote o un amico, e il valore dell’alibi era direttamente proporzionale alla sua reputazione.
Il caso di Mary Ashford, in Inghilterra, è emblematico: un processo che si regge su testimonianze fragili e culmina in uno degli episodi più grotteschi della storia del diritto britannico, il ricorso al trial by combat, il duello giudiziario medievale. Un’anomalia che racconta, molto più di mille trattati, la confusione di un sistema legale in transizione.
Anche il profiling nacque nell’Ottocento, ma era ancora una disciplina rudimentale. I detective si basavano sull’intuito, sugli interrogatori e su un’analisi del comportamento spesso distorta dalla morale del tempo.
Accanto alla cronaca, Ciceri intreccia con intelligenza il racconto dell’evoluzione scientifica.
Le citazioni e i riferimenti a figure come Orfila, Christison e Alfred Swaine Taylor restituiscono il clima di un secolo che tenta di rendere il crimine misurabile, analizzabile, classificabile.
Ma è soprattutto quando entra in scena Cesare Lombroso che il libro tocca, per noi italiani, uno dei suoi nodi più delicati e interessanti.
Lombroso aleggia sul testo come una presenza ingombrante. Le sue teorie sull’atavismo criminale, oggi ampiamente confutate, rappresentano però una tappa fondamentale nel tentativo di “scientificizzare” il male.
Ottocento Oscuro ha il merito di non liquidarlo con facilità: ne mostra l’influenza reale sull’epoca, soprattutto sul modo in cui venivano interpretati i comportamenti devianti e decisa la sorte degli imputati.
Allo stesso tempo, emerge con chiarezza quanto quelle teorie fossero impregnate di pregiudizi sociali, geografici e di classe, capaci di marchiare individui fragili come colpevoli ideali.
In questo senso, il capitolo ambientato a Torino, tra gli infernotti e il caso di Giovanni Gioli, è uno dei più potenti dell’intero volume. Qui l’Italia non è un semplice sfondo, ma un laboratorio vivo di una criminologia che oscilla tra osservazione clinica e giudizio morale. Il modo in cui la folla, la stampa e le istituzioni si accaniscono su figure marginali rivela una società più interessata a trovare un colpevole che a comprendere davvero il crimine.
Torino, alla fine dell’Ottocento, era il simbolo di una nuova Italia che correva verso il progresso: officine in fermento, eleganti caffè gremiti di intellettuali, vetrine scintillanti. Ma dietro questo slancio luminoso si nascondeva un altro volto della città, fatto di povertà, quartieri operai soffocanti e l’ombra sempre più pesante di un profondo disagio sociale.
Violenze, omicidi, follie e orrori vengono raccontati senza giri di parole, nudi e crudi come sono passati alla storia. Ogni caso è sviscerato e ben inserito nel contesto storico, locale e sociale. Un vero e proprio viaggio nel mondo, ma anche nel mondo degli orrori.

Emma Ciceri
Emma Ciceri lavora nel mondo del design digitale, dove ogni giorno dà forma a esperienze destinate al presente. Appassionata di storia, romanzi gialli e noir, nel 2023 ha deciso di dare voce anche al suo lato più inquieto – il suo personale Mr Hyde – inaugurando il podcast “Ottocento oscuro”: un viaggio nelle pieghe del XIX secolo, dove la cronaca dell’epoca si fa racconto e i documenti d’archivio restituiscono voce a storie di dimenticate
Ed è forse proprio qui che Ottocento Oscuro della Ciceri, nato come podcast e divenuto solo da poco saggio, lascia il lettore con un desiderio ulteriore.
Il lavoro di ricerca è solido, documentato, condotto con evidente attenzione alle fonti e al contesto, ma alcuni casi, in particolare quelli italiani, sembrano chiedere ancora più spazio. Un approfondimento maggiore su come le teorie lombrosiane abbiano inciso concretamente sui processi, sulle perizie e sulle condanne avrebbe reso il quadro non solo efficace, ma straordinario.
Resta comunque un libro riuscito, capace di parlare a chi ama la storia, la criminologia e la narrativa. Ottocento Oscuro ci ricorda che il passato non è mai davvero lontano: molte delle paure, delle distorsioni e delle semplificazioni che attraversano le sue pagine continuano a riaffiorare anche nel presente, ogni volta che la sete di ordine prende il posto della complessità.
Un libro che non assolve né condanna, ma invita a guardare, con occhi meno ingenui, l’ombra lunga che l’Ottocento ha proiettato fino a noi.
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