Recensione di Alessandra Isabella Spanò
TRAMA
Nell’estate del 1956, Lára Marteinsdóttir sparisce misteriosamente da Viðey, un’isola a pochi minuti di traghetto da Reykjavík. Ha soltanto quindici anni e, per raccogliere qualche soldo durante le vacanze, lavorava come domestica nella casa di un noto avvocato e della moglie, unici abitanti di quella striscia di terra battuta dal vento; per il resto, solo uccelli marini che stridono sulla costa prima di tuffarsi nelle acque dell’oceano Atlantico.
Il suo diventerà il cold case più celebre d’Islanda. Cos’è successo a Lára? È stata lei a decidere di andarsene o qualcuno l’ha costretta? Potrebbe essere ancora viva? Trent’anni dopo, l’ombra della ragazza scomparsa si stende ancora sul paese e lo perseguita. Mentre la capitale festeggia i duecento anni dalla sua fondazione e si prepara a ospitare il vertice tra Reagan e Gorbaciov, un giornalista in cerca di fama si interessa al fascicolo dell’indagine, ai tempi archiviata troppo in fretta.
Ha trovato nuove informazioni ed è convinto di avere uno scoop tra le mani, ma non sa di essere in pericolo: le sue domande danno fastidio a persone molto influenti. Qualcuno è disposto a tutto purché la verità su Lára rimanga sepolta.
Reykjavík si inserisce con piena consapevolezza nella tradizione del romanzo poliziesco nordico, quella corrente narrativa che ha rinnovato profondamente il genere criminale a partire dagli anni Novanta.
L’opera, frutto della collaborazione tra il prolifico Ragnar Jónasson e l’ex Primo Ministro islandese Katrín Jakobsdóttir, si colloca specificamente nell’ambito del caso irrisolto, quel particolare sottogenere che ha trovato terreno fertile nella letteratura scandinava per la sua capacità di intrecciare indagine criminale e riflessione storico-sociale.
Tuttavia, il romanzo sfugge alle classificazioni più rigide del cosiddetto “giallo nordico”, optando per una narrazione che privilegia la stratificazione temporale e l’analisi psicologica rispetto agli stilemi più violenti o sensazionalistici del genere.
La scelta di strutturare l’opera come un’indagine retrospettiva su una scomparsa avvenuta nel 1956 inscrive il testo in quella tradizione del romanzo d’indagine che utilizza il crimine come lente per scrutare le trasformazioni sociali e culturali di un’intera nazione.
L’Islanda che emerge dalle pagine di Reykjavík è un organismo vivo, ricostruito attraverso un’attenta stratificazione diacronica. La narrazione permette a Jakobsdóttir e Jónasson di dipingere un paese in trasformazione, colto nei momenti cruciali della sua evoluzione post-bellica.
La piccola isola disabitata di Viðey, situata appena al largo della capitale, diventa uno spazio di isolamento geografico e psicologico, ma anche luogo di memoria e di rimozione.

Ragnar Jónasson (©Baldur Kristjansson)
Ragnar Jónasson (1976), avvocato, traduttore, insegna diritto d’autore all’Università di Reykjavík.
Membro della Crime Writers’ Association britannica e co-fondatore di Iceland Noir, festival del giallo nordico, ha firmato la serie Misteri d’Islanda e La trilogia di Hulda, di cui Il sogno di Unnur è il terzo e ultimo episodio, un successo internazionale che non si ferma.
Tradotto in ventuno lingue e pubblicato in trentaquattro paesi, Jónasson è stato accostato ai più grandi nomi del giallo di sempre, con milioni di lettori nel mondo.
Gli autori dimostrano particolare maestria nel rendere tangibile l’atmosfera claustrofobica della società islandese degli anni Cinquanta, dove la ristrettezza della comunità e la rigidità delle gerarchie sociali giocano un ruolo determinante nell’occultamento della verità.

Katrín Jakobsdóttir
Katrín Jakobsdóttir, master in letteratura islandese. Primo ministro d’Islanda dal 2017 al 2024.
In Reykjavík la scomparsa di Lára diventa il paradigma di tutti i silenzi nazionali, di quelle storie che una comunità sceglie consapevolmente di non affrontare per preservare il proprio equilibrio sociale.
Gli autori esplorano con sensibilità il tema dello sfruttamento delle classi subalterne, evidenziando come la posizione sociale determini non solo le possibilità di vita ma anche le possibilità di essere ricordati e cercati dopo la morte o la scomparsa.
Il romanzo solleva interrogativi urgenti sulla giustizia selettiva, su quali vite meritino piena attenzione investigativa e quali invece possano essere archiviate come statistiche.
Non secondario risulta il tema del giornalismo investigativo. Il personaggio di Valur Robertsson rappresenta la figura dell’intellettuale che sceglie di sfidare le narrazioni dominanti, assumendo su di sé i rischi personali che derivano dalla ricerca della verità. Attraverso questa figura, Jakobsdóttir e Jónasson riflettono sulla responsabilità etica del narratore di storie, sul confine sottile tra curiosità professionale e voyeurismo, tra servizio pubblico e invasione della privacy altrui.
Dal punto di vista stilistico, Reykjavík si caratterizza per una prosa controllata e asciutta, che rifugge gli eccessi lirici mantenendosi aderente ai fatti narrati.
Gli autori adottano un registro medio, capace di comunicare complessità concettuali senza indulgere in tecnicismi o artificiosità espressive. Questa sobrietà stilistica si rivela funzionale al progetto narrativo, permettendo alla materia della storia di emergere senza sovrastrutture ornamentali. Particolarmente efficace risulta l’uso della focalizzazione multipla.
La storia è narrata dalla prospettiva del giornalista e di sua sorella, permettendo a Jakobsdóttir e Jónasson di moltiplicare i punti di osservazione sulla vicenda e di restituire la complessità polifonica della ricerca della verità.
Questa strategia narrativa consente inoltre di esplorare diverse modalità di coinvolgimento emotivo e intellettuale con il caso, mostrando come la medesima vicenda possa essere vissuta e interpretata in modi radicalmente differenti.
La struttura a salti decennali, pur efficace nel restituire la dimensione diacronica della vicenda, produce talvolta un effetto di frammentazione che può compromettere la continuità emotiva della narrazione. Il lettore potrebbe faticare occasionalmente a mantenere il coinvolgimento attraverso i bruschi passaggi temporali, dovendo orientarsi di volta in volta riprendere il filo ad ogni capitolo in un nuovo contesto storico e relazionale. Inoltre, alcuni personaggi secondari risultano bidimensionali, ridotti a funzioni narrative piuttosto che sviluppati come individualità complesse.
L’impatto emotivo di Reykjavík si costruisce attraverso un’accumulazione graduale piuttosto che mediante colpi ad effetto immediati.
Il romanzo richiede al lettore una disponibilità all’attesa, una capacità di mantenere l’attenzione attraverso le ellissi temporali e di investire emotivamente in una vicenda che si dipana con lentezza deliberata. L’emozione prevalente non è l’ansia del giallo tradizionale ma una malinconia diffusa, un senso di perdita irrimediabile che pervade l’intera narrazione.
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