Recensione di Monica Truccolo
TRAMA
Irlanda, anni Cinquanta. Una sera d’autunno Denton Wymes, un uomo solitario e schivo, trova una Mercedes abbandonata in un campo non lontano dalla roulotte in cui vive da solo con il suo cane. Il suo primo istinto gli direbbe di allontanarsi – non vuole avere altri guai visto il suo passato turbolento – ma poco dopo arriva sconvolto il proprietario della macchina: sembra che a seguito di una lite la moglie si sia allontanata e lui teme si sia gettata in mare.
I due vanno a cercare aiuto e viene allertata la polizia locale. Le ricerche, però, non portano a nulla, e così il caso passa all’ispettore Strafford, della polizia di Dublino. Si tratta davvero di suicidio? O c’è dell’altro?
Man mano che le indagini proseguono l’ispettore capisce che la scomparsa della donna è solo la punta di un iceberg che cela dissapori, matrimoni infelici, bugie tra amanti, colpe taciute e forse anche qualcosa che lo riporterà a un caso del passato.
In tutto questo, Strafford deve anche fare i conti con la sua situazione personale: la moglie vuole il divorzio, ancora proibito in Irlanda, e la giovane amante Phoebe, figlia dell’anatomopatologo Quirke con cui spesso si trova a collaborare, gli rivela di essere incinta. Tra segreti, tradimenti e vendette, le indagini e le vicende private si sovrappongono e si alimentano, in un crescendo denso e pieno di tensione in cui ogni personaggio nasconde una crepa destinata a diventare una voragine.
Una cosa il mondo non era disposto a fare: lasciarti in pace, per conto tuo, da solo.
Ci troviamo negli anni ’50 e L’annegata si apre con Denton Wymes, un uomo taciturno e introverso che, una sera d’autunno, trova una Mercedes abbandonata vicino alla sua roulotte, dove vive da solo con il suo cane.
Ciò che inizialmente sembra un episodio banale si trasforma rapidamente in un mistero più profondo quando il proprietario dell’auto racconta che la moglie è scomparsa dopo una lite, e il sospetto di suicidio lascia presto spazio all’idea di un possibile omicidio. L’ispettore Strafford della polizia di Dublino viene incaricato delle indagini e, passo dopo passo, ci guida in un mondo in cui le apparenze ingannano: sotto la superficie emergono vite coniugali incrinate, relazioni segrete, peccati nascosti e rancori antichi che riaffiorano con forza dal passato, trascinando i personaggi in un intreccio di segreti e tensioni.
Di nuovo, Strafford giunse la punta delle dita e se le portò al labbro inferiore. Quirke distolse gli occhi. Trovava i manierismi di Strafford particolarmente irritanti, quella sera.
In parallelo, la vita personale di Strafford si intreccia profondamente con l’indagine.
La moglie desidera il divorzio, ancora proibito in Irlanda, mentre la giovane amante Phoebe, figlia dell’anatomopatologo Quirke, gli confessa di essere incinta.
Questa sovrapposizione tra sfera privata e professionale non solo aumenta la tensione narrativa, ma mette in risalto la complessità dei personaggi, uomini e donne imprigionati tra desideri e doveri, costretti a confrontarsi con emozioni, responsabilità e i rigidi limiti imposti dalla società dell’epoca.
Mettere incinta una ragazza che aveva la metà dei suoi anni era una faccenda seria, e non c’era niente da presumere.
Uno dei punti di forza del romanzo è la prosa di Banville: elegante, poetica, cesellata con precisione, capace di rendere tangibili luoghi e atmosfere.
Le coste irlandesi battute dal vento, la pioggia sottile che avvolge Dublino, le strade umide diventano più che semplici scenari: si fanno specchi delle emozioni, custodi di ricordi e silenzi.
Proseguì lungo la banchina in una luce slavata. Winetavern Street, Fishamble, la facciata fatiscente del Temple Bar, Ha’penny Bridge. L’aria autunnale più fresca aveva scacciato la puzza verdastra del fiume.
L’annegata è un libro che richiede di essere letto con calma, invitando il lettore a immergersi lentamente nell’intreccio dei personaggi e delle loro vicende.
La ricompensa è una lettura intensa e profonda, in cui ogni silenzio, gesto e segreto assumono peso e significato.

John Banville
John Banville è nato a Wexford, in Irlanda, nel 1945. Tutti i suoi romanzi sono pubblicati in Italia da Guanda.
Tra i numerosi riconoscimenti, ha ricevuto il Premio Internazionale Nonino nel 2003, il Premio Principe delle Asturie per la Letteratura nel 2014 e il Premio alla carriera Raymond Chandler – Noir in festival nel 2020.
Banville costruisce un romanzo in cui la suspense nasce dall’animo dei protagonisti e dalle relazioni che li legano più che dagli eventi esterni, offrendo un’esperienza che avvolge, coinvolge e lascia una traccia indelebile.
È una narrazione che resta nella memoria: una riflessione delicata e potente sulle fragilità umane e sui legami che ci definiscono, e che conferma l’autore come maestro di prosa elegante e psicologicamente acuta.
Aveva fatto l’amore con lei, nella casa sua e di suo marito, nel letto del loro bambino. E se fosse emerso in qualche modo?
Temi come memoria, identità, desiderio e senso di colpa si intrecciano lungo tutta la narrazione, conferendo al romanzo una profondità rara e struggente.
Ogni personaggio custodisce crepe, fragilità e rimpianti che Banville esplora con sensibilità e fine intuizione psicologica, come se ne scrutasse l’anima.
Il mistero della donna scomparsa diventa uno specchio delle complessità delle relazioni umane, dei compromessi imposti dalla vita e della ricerca di senso in un mondo segnato dall’assenza e dall’impossibilità di recuperare ciò che il tempo ha consumato. Un romanzo riflessivo, che va oltre il semplice genere poliziesco per farsi meditazione sulla memoria, sull’amore, sulla colpa e sulla fragilità della vita umana.
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