L’inganno di Magritte di Alessandro Perissinotto e P.d’Ettorre

L'inganno di Magritte Salotto Giallo

Un nuovo caso per l’avvocato Meroni

Recensione di Barbara Terenghi Zoia

TRAMA

La vita in carcere non è mai facile, ma se sei donna, se dividi la cella con la tua bambina di cinque anni e se sul verdetto c’è scritto “fine pena mai”, la prigione diventa l’immagine stessa dell’inferno. Ed è per sottrarre lei e sua figlia a quel destino di dannazione che Giacomo Meroni accetta di difendere in appello Nina Shakirova, accusata di aver ucciso il ricco consorte.

La donna si è sempre dichiarata innocente e continua a sostenere che il marito si è avvelenato in un gesto di disperazione: peccato che i giudici non le abbiano creduto e che tutto lasci pensare a un omicidio camuffato da suicidio. L’avvocato che ha difeso Nina in primo grado ha operato con la diligenza di uno scolaretto, ma senza quell’amore per la verità che da sempre anima Giacomo. Così tocca a lui mettersi alla ricerca di prove che scagionino la giovane donna; ma siamo nel 2020 e tutto si complica all’improvviso.

Il covid-19 riporta gli umani alle loro antiche paure e la data del 9 marzo mette tutti di fronte a una realtà mai sperimentata e a una parola inedita: lockdown. Anche se nulla si può fermare davvero: Rossana, la moglie di Giacomo, deve continuare a preparare i suoi studenti per l’esame di maturità, Giulia, la praticante di studio, deve fare i conti con il suo primo processo d’appello e Giacomo deve provare che Nina è innocente.

Ma nella città deserta e atterrita, cercare la verità può essere molto pericoloso.

L’inganno di Magritte è un giallo che affonda le radici nel dolore, nella ricerca della giustizia e nelle paure di un’epoca recente,
ancora viva nella memoria collettiva.

La vicenda si apre con un’immagine dura e difficile da accettare: una madre in carcere, condannata all’ergastolo, costretta a condividere la cella con la figlia di cinque anni. Nina si proclama innocente, ma il verdetto è “fine pena mai!”.

A credere nella sua innocenza resta solo l’avvocato Giacomo Meroni, mosso dal desiderio autentico di scoprire la verità e pronto a chiedere la riapertura di un processo apparentemente già chiuso.

Alessandro Perissinotto e Piero d’Ettorre

Alessandro Perissinotto nasce a Torino nel 1964.

Pratica vari mestieri e, intanto, si laurea in Lettere nel 1992 con un tesi in semiotica.

Inizia quindi un’intensa attività di ricerca, occupandosi di semiologia della fiaba, di multimedialità e di didattica della letteratura.

È docente nell’Università di Torino.

Collabora inoltre con il quotidiano “La Stampa”, per il quale scrive articoli e racconti che appaiono sul supplemento “TorinoSette”, e con “Il Mattino” di Napoli.

Approda alla narrativa nel 1997 con il romanzo poliziesco L’anno che uccisero Rosetta (Sellerio), al quale fanno seguito La canzone di Colombano e Treno 8017 (Sellerio, 2000 e 2003). Nel 2004 pubblica per Rizzoli il noir epistolare Al mio giudice (Premio Grinzane Cavour 2005 per la Narrativa Italiana), seguito nel 2006 da Una piccola storia ignobile (Rizzoli), un’indagine della psicologa Anna Pavesi, che torna anche in L’ultima notte bianca e L’orchestra del Titanic.

Nel 2024 esce per Mondadori La guerra dei Traversa, un romanzo basato sulle vicissitudini di cent’anni di una famiglia torinese a partire dal 18 dicembre 1922.

Piero d’Ettorre è un avvocato penalista patrocinante in Cassazione, socio di un importante studio torinese.

In trent’anni di professione ha guardato dentro le profondità oscure della Giustizia e ha visto vicende di incredibile umanità.

Adesso ha deciso di raccontarle, prestando la sua esperienza all’avvocato Meroni protagonista del suo primo romanzo, scritto a quattro mani con Alessandro Perissinotto: Cena di classe (Mondadori 2022).

Alessandro Perissinotto e Piero d’Ettorre, ormai una coppia di autori affiatati, riescono in questo romanzo a intrecciare la tensione del legal thriller con l’atmosfera cupa e surreale dei mesi del lockdown, trasformando la vicenda in un racconto intenso e coinvolgente.

Lo studio di un avvocato è un luogo vivo, pulsante. Quel giorno invece, nello studio Actis-Meroni, di vivo, oltre a Giacomo, c’era solo la pendola della biblioteca.

Torino, ambientazione principale del romanzo, come le altre città, vede svuotarsi anche le aule del tribunale, mentre cresce la paura del contagio. Eppure, la vita, così come la ricerca della verità, non può fermarsi.

Nelle strade del centro, le scarpe dei pochi passanti producevano, sul selciato, rumori che in altri momenti non sarebbero stati neppure udibili e che invece, in quel vuoto anomalo, risuonavano in maniera netta, come i passi degli inseguitori notturni nei film dell’orrore.

L’umanità dei personaggi dona alla narrazione una profondità che va oltre il caso giudiziario. Rossana, moglie di Meroni, deve reinventare il suo lavoro di insegnante online; Giulia, la giovane praticante, affronta il suo primo processo d’appello; e infine l’avvocato Meroni, figura centrale e protagonista, incarna la lotta ostinata contro l’ingiustizia.

L’inganno di Magritte sembra opera di un abile illusionista: tutte le prove appaiono lampanti, evidenti, forse persino troppo.

Eppure, come in un gioco magico, l’inganno deve essere compreso per poter essere rivelato: immagina

se Magritte non si fosse sognato di fare quella scritta sotto la sua pipa. Se si fosse impegnato come un pazzo a dipingerla nel modo più realistico possibile e poi avesse abbandonato la tela sul cavalletto e, nella notte, qualcun altro avesse aggiunto sotto “Ceci n’est pas une pipe

Con uno stile coinvolgente e attuale, L’inganno di Magritte ci ricorda la fragilità della verità e il coraggio necessario per difenderla.

Un romanzo che fonde cronaca recente e dolorosa con un dramma giudiziario, offrendo al lettore non solo tensione, ma anche un ritratto delle paure e delle speranze che hanno segnato profondamente la collettività.

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