In salotto con… Alessandra Acciai

In salotto con Alessandra Acciai

Spazio a cura di Claudia Pieri e Samuela Moro

Intervista a cura di Monica Truccolo

Gradita ospite di oggi del nostro spazio dedicato alle interviste con gli autori “In salotto con…” Alessandra Acciai.

Alessandra Acciai è un’attrice, sceneggiatrice e produttrice cinematografica italiana, laureata in Discipline dello spettacolo.

Esordisce cinematograficamente quando ancora è una studentessa dell’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio D’Amico, grazie al film di Enrico Coletti Supysaua (1988) con Daniela Poggi. Successivamente, prende parte a numerosi film tv: Il gioco (1989), Una fredda mattina di maggio (1990) e la miniserie Scoop (1992) di José Marìa Sanchez con John Savage e Federica Moro. 

Negli Anni Novanta, la sua carriera si arricchisce di interpretazioni teatrali.

Del 2024 il suo esordio nella narrativa, con Assenza da giustificare. La prima indagine di Alina Mari edito da Piemme.

In Certa gente non dimentica ritroviamo l’ispettrice Alina Mari “in un’indagine che è anche un viaggio dentro la paura, il desiderio e la memoria. Un romanzo avvolgente, dove la ricerca della verità si intreccia con il bisogno urgente di salvarsi. Da tutto. Anche da sé stessi.

Lo ha letto e recensito per Salotto Giallo Monica Truccolo (recensione a questo link), che ha posto con l’occasione alcune domande alla scrittrice.

Nel cuore di Certa gente non dimentica c’è l’ispettrice Alina Mari, una donna forte e vulnerabile allo stesso tempo. Dopo il suo esordio con Assenza da giustificare, come ha lavorato alla sua evoluzione interiore e al modo in cui affronta il dolore, la solitudine e la memoria? 

Non è un caso se ho scelto come protagonista del mio primo libro una giovane donna, trentenne, con pochissime esperienze, con tanti dolori e disagi, confusioni emotive da aggiustare e mettere in ordine. Volevo un personaggio sparpagliato nei suoi frammenti sensibili, come un puzzle da comporre che avesse un’evoluzione e una crescita.

Nel primo romanzo Alina risolve il suo primo caso, viene messa di fronte a una scelta difficile che le fa capire che la vita non è solo di colore bianco o nero, che i dubbi sono più sani di alcune certezze e che può succedere che un principio che diresti sbagliato sia invece quello più giusto in quel momento. Poi sempre nel primo libro, Alina conosce l’amore e per quanto tenti di fuggirlo per paura di soffrire, decide di viverlo. Insegue un sogno, lo abita, fugge, rischia di perdere tutto.

In questo secondo libro Alina è più forte. L’esperienza sia professionale sia privata l’ha fatta crescere, le sue fragilità rimangono ma adesso riesce a controllarle, non ne viene sopraffatta.  La sua evoluzione avviene naturalmente, è una crescita empirica. Fino all’incidente che la costringe a ripartire dal principio.

Diciamo che mi sono messa anche nei suoi panni pensando a che cosa proverei io, a che cosa ho provato io in certe situazioni quindi pescando molto dentro di me, ma anche inventando completamente reazioni o pensieri che magari avrei voluto vivere.  E devo ammettere che spesso i due piani si sono confusi. 

Il rapporto tra le sorelle Lisa e Chiara Lucenti rappresenta uno dei nuclei emotivi più intensi della storia. Come ha costruito questo legame complesso, fatto di somiglianze, rivalità e riflessi reciproci? 

Ho una sorella, ma naturalmente e per fortuna, non c’è il rapporto che descrivo nel libro fra Lisa e Chiara, è solo un’ispirazione, un’eco lontana. Mi sono divertita a esasperare sentimenti, i bassi sentimenti che possono esserci nei legami di sorellanza, a metterli di fronte a uno specchio deformante. 

Tra i numerosi personaggi del romanzo, quale le ha posto la sfida più grande nella descrizione del suo mondo emotivo e psicologico? E perché? 

Mi preoccupava molto l’incidente di Alina e come descrivere le sue sensazioni rendendole vere, ma non patetiche.

Mi è stato molto utile parlarne a lungo con una mia amica che ha vissuto questa esperienza e l’immagine di un film di Jacques Audiard Un sapore di ruggine e ossa che, nonostante la drammaticità della situazione, raccontava di sensualità e di tenerezza e anche di una felicità possibile. 

Certa gente non dimentica intreccia diverse linee narrative: l’indagine, i segreti di famiglia, le relazioni affettive e la memoria del passato. Come è riuscita a coordinare e armonizzare questi elementi mantenendo la tensione narrativa senza sacrificare la profondità dei personaggi? 

Non lo so. Davvero non so rispondere. Non sapevo neppure con sicurezza di esserci riuscita.

È un respiro interno, un intuito quello che mi guida. Come se i personaggi attirassero la mia attenzione per essere messi nero su bianco e raccontarsi.

Poi rileggo tantissime volte e correggo fino a che la storia non mi sembra fluida e coinvolgente. Il rischio è che a furia di tornarci sopra tante volte mi annoi e che più di una volta mi venga una voglia irrefrenabile di cancellare tutto. Allora cerco di lasciarla stare per un po’ di giorni, di dimenticarla e poi ci torno: se a quel punto riesce ancora a sorprendermi, trovo pace.

E poi c’è una figura fondamentale, l’editor, che tiene a freno le intemperanze e suggerisce le direzioni. Nel mio caso Ambrogio Arienti, il mio angelo custode. 

Nel romanzo emerge anche una riflessione sociale legata alla tutela dell’ambiente e all’impegno civile di alcuni protagonisti. Ritiene che affrontare questi temi attraverso la narrativa possa contribuire a sensibilizzare il pubblico? 

Magari! Ma non ne ho l’intenzione! Penso che i saggi, più dei romanzi abbiano questo potere perché possono approfondire. 

Però credo che ognuno di noi, ogni giorno venga messo di fronte a questioni come la violenza, il razzismo, la disabilità, la povertà, il dolore, l’omofobia, la solidarietà, la gentilezza ecc., così mi viene spontaneo raccontare le reazioni dei personaggi di fronte a questi temi e attraverso Alina, il mio punto di vista.  

Roma appare come una città “soffocata”, invasa dai turisti e dalla calura. Si tratta di una rappresentazione simbolica o ha voluto restituire la realtà di una metropoli in cui la memoria e l’identità rischiano di andare perdute? 

Roma è un vero e proprio personaggio e anche lei vive dal primo al secondo romanzo un’evoluzione o meglio un’involuzione.  

Assenza da giustificare è stato scritto, o almeno gran parte di esso, durante la pandemia e Roma svuotata dal traffico e dagli esseri umani era spettrale e meravigliosa. Esisteva intatta, bastava a se stessa e poterla girare con il mio cane, anche se in un perimetro ristretto, mi dava un senso di privilegio, ne ero sopraffatta. San Pietro e la Mole Adriana prendevano fiato dall’assedio dei turisti e se ne stavano lì senza dover essere per forza ammirati, sembrava di sorprenderli in un momento intimo, era veramente una sensazione strabiliante. Poi certo i cassonetti erano pieni di spazzatura e i topi banchettavano insieme ai gabbiani… ma questi contrasti, questa assenza degli esseri umani in quel momento mi svelarono Roma.

L’architettura, il tempo lento, le piante lussureggianti si erano ripresi la città, erano la città. Capii quanto siamo molesti e deleteri… A volte penso che Venezia affondi per il peso di tutte quelle persone che ci camminano sopra. Roma in Assenza da giustificare mantiene l’incanto, lo stupore, lo struggimento per una bellezza che ti trasforma, perché sembra che sia la città a guardare te. 

Il secondo invece è stato scritto poco prima del Giubileo e finito durante il Giubileo. Ma non credo che la quantità esagerata di turisti dipenda solo da quello. Penso sia un fenomeno che non si possa più arrestare e non lo critico di per sé. È una risorsa certo. Ma non può essere l’unica e non può essere gestita così male. Ci vuole lungimiranza se no è come spremere una lattina fino in fondo e poi essere costretti a buttarla via. 

Penso che Roma in molti punti della città, forse in quelli più belli si sia snaturata e stia imbruttendo. Ha cambiato i suoi connotati. Roma come Venezia, come Firenze. Si assomigliano tutte ormai. Nel mio racconto di Certa gente non dimentica infatti mi sono spostata nei quartieri residenziali dove ancora si può riconoscere un’identità. 

La Sua carriera artistica l’ha vista attrice, sceneggiatrice e produttrice. In che modo questa esperienza nel cinema e nel teatro ha influenzato la scrittura narrativa, in particolare nella costruzione delle scene e dei dialoghi? 

Tantissimo. Credo di avere una prosa visiva, dialoghi asciutti e realistici.  

Guardando al futuro, ha già in mente una nuova indagine per Alina Mari o un diverso progetto narrativo? 

Si, sto pensando sia a una nuova indagine per Alina, sia a un’altra storia, un romanzo.

Parto sempre dai contenuti.  Da un argomento che mi interessa approfondire e poi raccontare. Quasi mai dalla storia. La storia viene dopo.

Per Assenza da giustificare era il femminicidio, per Certa gente non dimentica… non possiamo svelare troppo.

Per concludere, giochiamo con la fantasia: se potesse sedersi nel nostro Salotto con il Suo autore preferito e fargli una sola domanda, chi inviterebbe e cosa gli chiederebbe? 

Gli autori preferiti sono troppi non so se il vostro Salotto o qualunque altro sarebbe abbastanza grande per ospitarli tutti! E anche le domande.

Così scelgo un editore che è anche uno scrittore: Roberto Calasso. È una persona che avrei tanto voluto conoscere. Gli chiederei: “Lei che ha ascoltato tantissime voci, come riconosce quella che suona più delle altre e quindi è necessaria?”

Salotto Giallo ringrazia Alessandra Acciai per la gentilezza e disponibilità all’intervista. 
Certa gente non dimentica Salotto Giallo

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