Recensione di Alessandra Isabella Spanò

Rubrica a cura di Cristiano Colombo e Katya Fortunato
TRAMA
Quando si varca la soglia di una delle storie costruite, con abilità diabolica, da Boileau e Narcejac, si prova sempre una lieve inquietudine – che però, com’è ovvio, fa parte del piacere della lettura. Sappiamo, infatti, che verremo trascinati in un gioco perverso e saremo le consapevoli e appagate vittime di quei due temibili creatori di angosciosa suspense, capaci come pochi altri di tenerci inchiodati alla pagina così come di infliggere un tormento dopo l’altro ai loro protagonisti.
Che sono sempre, a ben vedere, uomini – in genere irresoluti, inconsistenti, spesso infantili – che si ritrovano prigionieri di un ingranaggio infernale, al quale, per quanto si dibattano, non riescono a sfuggire. E che, soprattutto, a poco a poco smarriscono la capacità di percepire la differenza tra la realtà e le proprie farneticazioni. E quale sentimento umano si presta meglio a mettere in moto un delirio se non la gelosia?
Sarà appunto la gelosia, una gelosia furibonda, autoalimentata, incontrollabile, a condurre all’omicidio il protagonista dei Vedovi – titolo che solo alla fine del romanzo svelerà il suo ambiguo significato. Ma attenzione: l’omicidio non è che l’inizio – il bello deve ancora venire.
I vedovi (titolo originale Les Veufs), pubblicato nel 1956, si inserisce pienamente nel solco del romanzo poliziesco psicologico francese, in particolare nella declinazione definita in modo peculiare da Boileau e Narcejac nel panorama europeo del secondo dopoguerra.
Lontano dal modello anglosassone dell’enigma deduttivo, quest’opera si distingue per la sua tensione interna che la attraversa, privilegiando l’indagine dell’animo umano rispetto alla mera risoluzione di un delitto.
È un giallo in cui la componente investigativa si dissolve progressivamente in una spirale psicologica, trasformando il genere in un contenitore mobile per mettere in scena conflitti interiori, ossessioni e derive della coscienza.
L’universo narrativo de I vedovi è fortemente claustrofobico, definito da spazi domestici angusti, che riflettono la condizione mentale dei protagonisti. Le ambientazioni sono filtrate da una soggettività opaca e disturbata.
L’opera di Boileau e Narcejac costruisce così un microcosmo avulso da riferimenti storici o sociali concreti, in cui la dimensione psicologica prevale nettamente su tutto il resto.
Il mondo è ridotto ad uno stato mentale: una topografia della colpa, del desiderio e della paranoia sempre più sfrenati e incontrollabili.
I protagonisti sono Mathilde e Serge, una coppia sposata da pochissimi anni, di cui le uniche notizie certe sono le professioni: lei fotomodella per una maison di maglieria, lui uno scrittore insicuro che per sbarcare il lunario fa, con poca soddisfazione, l’attore radiofonico. Per tutto il resto, sia i protagonisti, sia i personaggi di secondo piano de I Vedovi, sono delineati con tratti sfuggenti, costruiti non soltanto attraverso azioni ma anche mediante stati d’animo, percezioni alterate e dialoghi obliqui.
Serge – perno della narrazione – è l’emblema dell’uomo comune sopraffatto dalla propria interiorità: incerto, vulnerabile, ambiguo. Mathilde, a sua volta, non è mai totalmente decifrabile: è al contempo oggetto del desiderio e agente del disfacimento, secondo una logica di polarità ambivalente che richiama i caratteri della letteratura decadente e simbolista.
La caratterizzazione psicologica disegnata da Boileau e Narcejac prevale nettamente su quella sociologica o realistica: ogni personaggio è una monade emotiva, più che un individuo.
Il tema della dissoluzione dell’identità – sia come singolo, che come coppia – attraversa l’opera come una linea rossa.
Il sospetto, la gelosia paranoide, il doppio, l’inversione dei ruoli, l’eterogenesi dei fini e il senso di colpa sono motivi ricorrenti, elaborati in chiave psicanalitica.

Boileau e Narcejac
Pierre Boileau (1906-1989) e Thomas Narcejac (1908-1998), prima di decidere di lavorare assieme, avevano scritto ciascuno numerosi romanzi e racconti, più volte premiati, e, entrambi, si erano impegnati nella riflessione critica sul genere poliziesco.
Dal loro incontro, tra la fine degli anni Quaranta e l’inizio dei Cinquanta, sono venuti circa venti romanzi, quali I diabolici (1952), I demoniaci (1955), Il sepolcro d’acqua (1960), sceneggiati poi, spesso più volte, per il cinema, come La donna che visse due volte del 1954.
Lo stile di Boileau e Narcejac ne I Vedovi fa uso della focalizzazione interna, spesso variabile, che contribuisce a creare un’atmosfera di costante incertezza.
Inoltre, il ricorso a ellissi psicologiche, monologhi interiori, costruzioni paratattiche riflette la frammentazione del protagonista maschile.
La lingua è funzionale all’effetto di disorientamento e ambiguità, senza mai cadere nel manierismo. Si potrebbe parlare, in questo senso, di una retorica della privazione e del vuoto: ciò che non è mostrato o spiegato diventa più eloquente di ciò che appare in superficie.
Il romanzo non provoca un senso acuto di angoscia, ma una crescente certezza di disfacimento, come un lento sprofondare in una palude di incertezza. Il lettore è condotto a una progressiva erosione delle certezze. Può anche comprendere la vulnerabilità di Serge, ma al tempo stesso è respinto dalla sua opacità morale. In questo senso, il romanzo si configura come un’esperienza di angosciante distorsione emotiva, che sovrasta totalmente qualunque afflato di suspense, risultando troppo debordante per essere incanalata in una tensione lineare.
I vedovi di Boileau e Narcejac rappresenta un raffinato esempio di romanzo psicologico travestito da giallo, un’opera che trascende i confini del genere per affrontare, con strumenti narrativi sofisticati,
questioni esistenziali profonde.
La sua forza risiede nella capacità di evocare più che spiegare, di insinuare più che dimostrare. Per questi motivi, I vedovi merita di essere letto ancora oggi come un testo letterario complesso e culturalmente significativo all’interno della produzione europea del secondo Novecento.
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