Un grido fatale di Angela Marsons

Un grido fatale Salotto Giallo

Recensione di Francesca Pica

TRAMA

In un affollato centro commerciale, c’è una bambina da sola che stringe un orsacchiotto, aggrappandosi a lui in assenza di sua madre, Katrina. Ore dopo, il corpo privo di vita della donna viene scoperto in un edificio abbandonato. Sembrerebbe un omicidio come tanti altri, ma l’istinto della detective Kim Stone le suggerisce che c’è molto di più dietro questa morte.

Qual era il movente per uccidere una giovane madre che andava a fare shopping con la figlia? Giorni dopo, una seconda vittima viene trovata in un parco, con l’osso del collo spezzato esattamente come Katrina; inoltre, si sono perse le tracce del figlio di sei anni che era con lei. Kim e i suoi colleghi lottano per fare progressi in quello che sta rapidamente diventando un caso molto complesso.

E quando una lettera scritta a mano dall’assassino e contenente una richiesta d’aiuto giunge sulla sua scrivania, Kim capisce che il tempo a disposizione per riportare a casa il bambino vivo sta per scadere. Con il supporto di un grafologo e una profiler, Kim e la sua squadra iniziano a entrare nella mente del serial killer e fanno una scoperta sconvolgente.

Ci sono dei graffi sul corpo delle vittime, ma non sono segni casuali: l’assassino li sta usando per comunicare con qualcuno. La domanda è: con chi?
 Se Kim non riuscirà a identificare presto questa persona, un altro innocente morirà.

Le guardie si fecero da parte e apparve una bambina di quattro o cinque anni che stringeva un orsetto grigio preso da uno scaffale di giocattoli accanto alle casse.

Il nuovo romanzo di Angela Marsons, Un grido fatale, si apre con un’immagine potente: una bambina sola che stringe un orsetto di peluche. Cosa è accaduto? Perché è sola in un centro commerciale?

Uno dei tratti peculiari della scrittura della Marsons è la capacità di partire dalla quotidianità, dalla routine, per poi incrinarla con un evento improvviso che cambia tutto. È proprio il contrasto tra normalità e imprevisto a generare la tensione narrativa, alimentata da capitoli brevi in cui i punti di vista si alternano: Kim, la narrazione, l’assassino.

Gli indizi disseminati qua e là, gli imprevisti che rallentano le indagini e i momenti di pausa permettono al lettore di respirare, ma sempre con l’occhio fisso sul timer.

La posta in gioco è chiara: l’assassino deve essere fermato.

Non mi prenderanno mai. Dovranno alzarsi presto la mattina per sentire l’odore delle tracce che lascio. Questo gioco è un ripiego, una distrazione frivola, come i grissini che si mangiano in attesa del pasto.

Alcune situazioni possono apparire convenzionali, e lo stile della Marsons tende talvolta a ripetere lo schema narrativo che le è proprio. Forse è questo l’unico appunto che le si può muovere: a volte si ha l’impressione che faccia fatica a raccordare gli indizi, e la trama può sembrare un po’ forzata. Tuttavia, la sua bravura sta nella capacità di mantenere sempre alta la suspense, aprendo nuove prospettive narrative con altre indagini in corso e giocando abilmente con la psicologia dei personaggi.

Da un lato c’è Kim Stone, la stoica detective dal passato tormentato, che la rende vulnerabile e vicina al lettore. Kim ha paure, prova empatia e vive ogni indagine come una questione personale, non come una semplice voce da aggiungere ai registri della polizia.
Dall’altro lato, in questo romanzo, troviamo un assassino che cerca il contatto con lei: le scrive, vuole che sia proprio lei a fermarlo, forse perché intuisce il senso profondo che Kim attribuisce alla giustizia. Un assassino che uccide in modo banale, privo di passione o intenzionalità.

Un killer talmente cinico da sembrare incapace di provare emozioni?

È tutto così banale, Bryant. Non c’era passione, non c’era odio, non c’era frenesia, non c’era messaggio, nessuna dichiarazione, e l’hanno lasciata in mezzo a tutta quella merda.

Nonostante la cura nella caratterizzazione dei personaggi – tanto dal punto di vista psicologico quanto umano ed emotivo – il romanzo resta saldo nella struttura del meccanismo investigativo.

Tutto ruota attorno alla cattura dell’assassino: i suoi tormenti interiori, la dinamica degli omicidi e le motivazioni che li muovono diventano le chiavi che l’autrice affida a Kim, e di conseguenza al lettore, per arrivare alla verità.

Angela Marsons

Angela Marsons ha esordito con Urla nel silenzio, romanzo ai primi posti delle classifiche anche in Italia.

La serie di libri che vede protagonista la detective Kim Stone ha già venduto 6 milioni di copie, e comprende Il gioco del male, La ragazza scomparsa, Una morte perfetta, Linea di sangue, Le verità sepolte (Premio Bancarella 2020), Quelli che uccidono, Vittime innocenti, Promessa mortale, La memoria dei morti, La mossa dell’assassino, Una mente assassina, Un grido fatale e il prequel Il primo cadavere.

Angela Marsons vive nella Black Country, in Inghilterra, la stessa regione in cui sono ambientati i suoi thriller.  

Come in ogni suo thriller, anche in Un grido fatale la Marsons affronta un tema sociale o psicologico che fa da sfondo alla vicenda.

Ciò che rende questo romanzo – e, più in generale, l’intera serie – un thriller psicologico da leggere è la chiarezza della scrittura. La Marsons non mira a depistare, ma a condurre il lettore passo dopo passo: non gioca tiri mancini, piuttosto preferisce non approfondire troppo, lasciando che tutto sia lì, visibile, pronto a svelare il mistero.

La ripetitività dell’intreccio, in fondo, serve a creare familiarità con il lettore.

La Marsons, d’altronde, è come la sua Kim Stone: diretta, sincera, incapace di nascondersi dietro frasi o gesti di circostanza.

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