Recensione di Monica Truccolo

Rubrica a cura di Emanuela Ferrara
TRAMA
Donne visitate dai fantasmi perché sono le uniche in grado di accoglierli; donne che si trasformano in uccelli perché si sono rifiutate di obbedire (o perché hanno amato perdutamente); donne con la pelle putrida, che lasciano sul pavimento brandelli di sé; donne ammazzate che ritornano; donne senza volto come quadri pasticciati; donne che si abbandonano alla pazzia.
Sono loro le protagoniste di questa raccolta di racconti di Mariana Enriquez, signora delle tenebre, regina del gotico, voce potentissima dell’horror contemporaneo, che fin dal suo esordio ha dimostrato di conoscere la lingua della sofferenza, e grazie a questo di riuscire ad avvicinarla, a parlarci, a guardarla negli occhi. Il risultato, ancora una volta, è un’escursione negli abissi della notte, nelle cavità più buie del presente e dell’anima, in un’Argentina violenta e violentata, strangolata dalla crisi economica, dagli abusi del potere e dalla paura dell’altro, del diverso, del marginale; un paese popolato di strane creature, che però non è difficile trovare familiare; un universo perturbante in cui sono proprio le donne, come vestali non addomesticate, a portare dentro il fuoco del futuro.
Partendo da una tradizione in cui si riconoscono gli echi di Jorge Luis Borges e Stephen King, Julio Cortázar e Shirley Jackson, l’autrice più celebrata della nuova letteratura di lingua spagnola continua a reinventare il genere e spinge i suoi confini oltre la semplice fascinazione per il mostruoso e il sovrannaturale. La sua esplorazione dei nostri timori e desideri reconditi si combina a un’analisi spietata delle minacce che la società capitalista muove verso i più fragili, dando corpo a un’esperienza di lettura illuminante e profonda, mai consolatoria, di eccezionale qualità letteraria.
Io resto qui perché ci vive mia madre. Una morta può vivere? Insomma, è presente. Da quando l’ho scoperta, capisco meglio la parola. L’ho presentita prima di vederla. [I miei tristi morti]
Un luogo soleggiato per gente ombrosa è una raccolta di dodici racconti che si muovono tra sovrannaturale, horror e gotico.
Ambientata in un’Argentina segnata da disuguaglianze e violenze, la narrazione mette al centro figure femminili – donne o entità misteriose – che portano con sé ferite profonde e difficili da rimarginare. Le vicende si intrecciano in scenari urbani degradati, tra strade di quartieri impoveriti, cimiteri di elettrodomestici, simboli di un consumismo esasperato, e i margini sconfinati della pampa. Tutti i racconti convergono nell’incontro con un passato irrisolto che riaffiora come un incubo, facendo emergere con forza i temi della memoria, del trauma e del mistero.
È bella, ha i capelli scuri e gli occhi azzurri e mi scaccia sempre le mosche dalla faccia, perché io non le sento, non ho sensibilità. Nessuno sa bene come chiamarla, ma ho una malattia il cui sintomo principale è che la pelle marcisce, come se fossi morta.
[Gli uccelli della notte]
Tutti i personaggi sembrano irresistibilmente attratti dal dolore, come se rispondessero a un richiamo che li invita a
condividere una sofferenza inevitabile.
È il caso della protagonista di Metamorfosi che, dopo un’operazione dolorosa, accoglie di nuovo dentro di sé l’elemento della propria sofferenza, accettandolo come parte integrante della sua identità.
«Tecnicamente è tuo. I campioni si buttano via, si inceneriscono. Dopo la biopsia, se vuoi, puoi prenderlo.»
[Metamorfosi]
Le protagoniste dei racconti sono visitate dai fantasmi, trasformate in uccelli per aver disobbedito o amato troppo, ridotte a corpi putridi o assassinate che ritornano, donne senza volto che si abbandonano alla pazzia.
Come le commesse di un negozio vintage nel racconto Diversi colori fatti di lacrime: attratte da una collezione di abiti di lusso, splendidi e seducenti, scoprono che dietro la loro bellezza si cela una maledizione oscura.
Indossarli significa rivelare il lato più terribile e violato della femminilità: giugulari squarciate, ventri lividi, corpi segnati da ferite indicibili, come se un male insopportabile si fosse annidato nei tessuti raffinati.
Questa condanna è il frutto di uno sguardo maschilista e di una mentalità misogina che, attraverso la violenza e la persecuzione, imprigionano le donne in un destino senza scampo, trasformando la loro pelle in un campo di battaglia di orrori e sofferenza.
[…] ecco quello che aveva visto la ragazza, quello che l’uomo voleva che vedessi anch’io, la vagina distrutta, segata, la clitoride scomparsa, in mezzo alle gambe un’enorme pozza di sangue stagnante, un coagulo, e il dolore, il dolore che saliva per il ventre, e le mie grida, come se stessi partorendo. Svenni.
[Diversi colori fatti di lacrime]
I racconti affrontano i temi del deterioramento del corpo e della mente, della paura della morte e della presenza di fantasmi che non sono semplici apparizioni, ma testimoni di ingiustizie rimaste senza risposta.
Ogni storia trascina il lettore dentro l’orrore, scavando nelle ferite del passato e del presente, traumi infantili, dolore fisico, memorie inconfessabili, in un viaggio negli abissi della notte, nelle cavità più oscure dell’anima.

Mariana Enríquez
Mariana Enriquez è considerata una delle scrittrici più dotate e brillanti della sua generazione.
Laureata in giornalismo, dirige il supplemento culturale del quotidiano argentino «Página/12». Specializzata in narrativa horror e gotica, i suoi racconti sono apparsi su prestigiose riviste internazionali, tra cui il «New Yorker», «Granta» e «McSweeney’s».
Le cose che abbiamo perso nel fuoco (Marsilio, 2023) una raccolta di racconti neri che ha conquistato pubblico e critica di tutto il mondo, è stato pubblicato in 20 paesi.
Tra gli altri titoli, sempre per Marsilio, La nostra parte di notte (2021), I pericoli di fumare a letto (2023), Un luogo soleggiato per gente ombrosa (2025).
Mariana Enríquez ci accompagna in un paese abitato da creature inquietanti e al tempo stesso familiari, in un universo perturbante in cui le donne custodiscono un desiderio indissolubile, che resiste anche dentro l’oscurità.
Il contenuto era allo stesso tempo meglio e peggio di quello che mi aspettavo. Solo vestiti. Né ossa né una mummia.
[Il cimitero dei frigoriferi]
Nella narrazione emergono due elementi centrali: la casa e il corpo, spazi inevitabili da abitare e dai quali non c’è via di fuga, entrambi segnati da un lento e inesorabile declino. La casa, tradizionalmente rifugio e simbolo di protezione, si trasforma in un guscio consunto dall’usura, metafora del decadimento e della perdita di stabilità.
Allo stesso modo, il corpo, che dovrebbe incarnare identità e vitalità, diventa un territorio fragile, dove la malattia corrode organi e membra, ricordando l’impossibilità di sottrarsi alla decomposizione.
Casa e corpo si intrecciano così come immagini speculari di una stessa verità: la vulnerabilità e la temporaneità dell’esistenza umana.
Mi ero pisciata addosso e avevo il corpo coperto di sudore. Flora, decisa e con una tempia sanguinante, disse che dovevamo parlare subito con il capo.
Mariana Enríquez si distingue per la capacità di scandagliare i timori e i desideri più profondi dell’animo umano, intrecciandoli con uno sguardo critico sulle ingiustizie e le trappole che la società capitalista tende ai più vulnerabili.
La sua prosa non offre facili consolazioni, ma impone una lettura intensa e riflessiva, sorretta da un’eccellente qualità letteraria che trasforma ogni sua opera in un’esperienza disturbante e, al tempo stesso,
straordinariamente stimolante.
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