Recensione di Barbara Terenghi Zoia

A cura di Cristina Casreggio
TRAMA
Ci sono luoghi da cui sembra impossibile uscire, posti che ti stringono come una gabbia, tra strade che tornano sempre su se stesse e segreti che affondano fra le crepe dell’asfalto. Max lo sa bene. Lo vive tutti i giorni sulla propria pelle da che il padre, di punto in bianco, ha deciso di abbandonare lui e la mamma. Poi anche Rachele è scomparsa nel nulla, e tutto è diventato più cupo e soffocante.
Per fortuna ci sono Cosma lo Zingaro, Tobia e Guido, il suo branco, gli amici di sempre, e le loro nottate di fumo e nostalgia alla Fabbrica abbandonata, un anestetico momentaneo per il vuoto e il silenzio che avverte. A dirla tutta, per superare la noia che lo mangia da dentro tornano utili persino quelli come Santiago, che credono di avere il controllo su tutto, o come Zana, che invece combattono contro l’invisibile, decisi a portare alla luce quello che nessuno vuole vedere.
Ma soprattutto Fiore, Quello Nuovo della scuola. Fiore è un enigma, con una faccia di pura innocenza che è una calamita per pugni. Per Max è molto più facile usarlo come bersaglio della propria rabbia, infatti, che fare i conti con i motivi del suo malessere. Solo che alcune persone, anche se le respingi e fai di tutto per tenerle lontane, finiscono per entrarti sotto la pelle e scardinare ogni equilibrio.
Così, tra notti cariche di domande e giorni in cui la fuga sembra l’unica via possibile, grazie a Fiore Max troverà il coraggio e l’incoscienza per cercare le risposte alle tante domande che lo tormentano. Su di sé e la sua famiglia, sul suo futuro e sulla scomparsa di Rachele.
Noi che balliamo nel labirinto di spine è narrato dal punto di vista di Max, un protagonista inquieto che, insieme alla sua banda di amici, sfoga la rabbia esplorando e vandalizzando i casolari abbandonati del paese.
Max è furioso con il mondo, e non è difficile capirne il motivo: nel giro di poco tempo, ha vissuto l’abbandono del padre e la scomparsa improvvisa della sua migliore amica, Rachele. Di lei non si hanno più notizie, la polizia non ha trovato alcuna traccia, e Max si ritrova intrappolato in una spirale sempre più pericolosa di rabbia e autodistruzione.
La Fabbrica abbandonata era il nostro regno. Si aggirano i randagi che masticano pneumatici e mangiano gli avanzi di cibo lasciati dai tossici. Qui c’è tutto quello che la gente non vuole più, gli scarti di cui si vuole dimenticare. Io e te eravamo la spazzatura, e qui eravamo a casa.
La madre di Max non riesce ad aiutarlo, quasi temesse di imporsi: lo si intuisce dai loro dialoghi, carichi di incertezza, angoscia e non detti che si insinuano nel tessuto di una famiglia profondamente disfunzionale.
In Noi che balliamo nel labirinto di spine, il vuoto esistenziale è palpabile: un senso di smarrimento profondo che affligge questi ragazzi, incapaci di dare un senso al proprio tempo se non attraverso gesti rabbiosi e distruttivi.
Anche a scuola le cose non vanno meglio, Max deve ripetere l’ultimo anno, punito insieme ai suoi amici per le bravate dell’anno precedente.
È proprio all’inizio di questo nuovo anno scolastico che conosce Fiore, il nuovo vicino di casa, un ragazzo “strano” che fin da subito esercita su di lui un’attrazione istintiva, quasi magnetica.
È attraverso la relazione tra Max e Fiore che la narrazione prende forma, passando da un contesto iniziale segnato da cliché, violenze e dinamiche di bullismo, fino a giungere a una lenta e sofferta conquista dell’accettazione.
L’arrivo di Fiore rappresenta un punto di svolta nella vita di Max. In un primo momento il suo influsso è sottile, quasi indiretto, ma con il tempo diventa sempre più determinante nel guidarlo verso scelte che fino ad allora aveva evitato.
Sarà proprio attraverso questo percorso di crescita e introspezione che Max troverà il coraggio di affrontare sé stesso e di cercare la verità sulla scomparsa della sua amica Rachele.
Rachele corre nel labirinto di spine, dove la rugiada che imperla le ragnatele cattura la luce della luna. La inseguo, la chiamo, ma lei non si gira mai. Le spine ci feriscono a ogni passo, ci si piantano nella carne. Vorrei dirle di fare attenzione. Rischi di farti male, se non ti muovi con cautela in un posto come questo. Mi affaccio ma Rachele è già stata inghiottita dalla Fossa.

Beatrice Corradini
Beatrice Corradini è nata e cresciuta a Roma, è laureata in Lettere e inventa storie da quando era bambina.
Le piacciono: i videogiochi, i cani, i libri e il Medioevo.
Noi che balliamo nel labirinto di spine è il suo primo romanzo con Mondadori.
Noi che balliamo nel labirinto di spine della Corradini non è solo il racconto di una rabbia giovanile o di una scomparsa misteriosa, ma anche il ritratto di un percorso di crescita fatto di incontri, scelte e consapevolezze.
Uno spaccato autentico dell’adolescenza in una cittadina di provincia solo in apparenza tranquilla, che restituisce con chiarezza quel momento sospeso in cui non si è più bambini ma non ancora adulti, e in cui ogni passo contribuisce a definire chi si diventerà.
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