Spazio a cura di Claudia Pieri e Samuela Moro
Intervista a cura di Claudia Pieri
Gradito ospite del nostro spazio dedicato alle interviste agli autori “In salotto con…” Marco Bellinazzo.
Marco Bellinazzo (Napoli, 1974) è giornalista e scrittore. Dal 2004 lavora per Il Sole 24 ore.
Esperto di economia, finanza e geopolitica, si occupa in particolare degli affari che ruotano attorno al mondo del calcio e dello sport. Opinionista per Radio24 e per le principali emittenti nazionali, il suo blog Calcio & business è dal 2012 un punto di riferimento per addetti ai lavori e appassionati.
Tra le sue pubblicazioni: Il Napoli di Maradona (Mondadori, 2012); Goal Economy (Baldini e Castoldi, 2015, Premio Nazionale Letteratura del Calcio Figc/Antonio Ghirelli); I veri padroni del calcio (Feltrinelli, 2017); La fine del calcio italiano (Feltrinelli, 2018); Le nuove guerre del calcio (Feltrinelli, 2022, Premio Selezione Bancarella Sport).
Il 19 settembre esce in tutte le librerie La colpa è di chi muore, edito Fandango Libri. Letto e recensito in anteprima per Salotto Giallo da Claudia Pieri (recensione a questo link), l’esordio nella narrativa di Bellinazzo “è un noir toccante, emotivamente crudo e difficile da
digerire, intriso di umanità dolente e di sentimenti profondi”, un libro che “è insieme romanzo d’indagine, viaggio nei meccanismi oscuri dello sport e racconto di formazione.”
Abbiamo avuto il piacere di approfondirne di seguito alcuni aspetti proprio con Marco Bellinazzo.
Nei ringraziamenti scrivi che “per provare a raccontare la verità a volte è necessario passare dalla strada della finzione”. Da dove è nata l’ispirazione – o l’esigenza – di scrivere questa storia? E in che modo la narrativa di fantasia può arricchire la verità di un racconto?
Da giornalista mi occupo da anni di economia del calcio. Mi avevano sempre colpito le storie, in cui ogni tanto si imbatte la cronaca sportiva, di giocatori africani, anche di buon livello, di cui si scopre a un certo punto che hanno un’età più alta di quella dichiarata o una diversa nazionalità o addirittura un’identità totalmente fasulla.
La curiosità mi ha spinto a studiare e ad approfondire queste vicende. Immaginavo che dietro questi casi apparentemente isolati ci fosse qualcosa di più complesso, di organizzato, che rispondeva a precisi interessi finanziari.
Ma quello che ho scoperto è molto peggio di quanto credessi, un fenomeno, la tratta dei giovani calciatori africani, infernale, subdolo, emblematico delle peggiori distorsioni della società contemporanea. E ho sentito, perciò, il bisogno di raccontarlo dal di dentro e di farlo conoscere al maggior numero di persone possibile.
Finora ho scritto saggi. Ma un saggio per questa vicenda non era abbastanza. I numeri e le statistiche non dicono sempre tutto e poi mi sono reso conto che non era possibile unire tutti i tasselli con prove e documenti certi, inconfutabili.
Perciò, mi sono rifugiato nella narrativa, nella verosimiglianza, che non ha queste barriere. Ho dovuto imparare un linguaggio nuovo, un nuovo mestiere. Ho impiegato cinque anni. Ho avuto spesso la tentazione di mollare. Ma poi dopo aver sbattuto la testa contro il muro decine di volte, ho trovato la strada…
Il racconto di finzione è un’arma potentissima. La narrativa non ti spiega la verità, a differenza del saggio, te la mostra. La narrativa consente di unire i puntini che il giornalismo e la saggistica non sono possono unire.
E poi ho sentito che solo “personalizzando” il racconto, legandolo ad una storia, sarei stato in grado di far emergere tutta la tragicità di questi traffici, evitando forme di pietismo o di scandalismo. Perché questi moti istintivi conducono all’indignazione e poi a gettare la spugna come canta De Andrè in Don Raffaè.
Il titolo del romanzo prende ispirazione da un verso di Fabrizio De André. Quanto conta per te la scelta del titolo rispetto al contenuto del libro? E, in particolare, perché nella storia che racconti “è colpa di chi muore”?
Il titolo è arrivato alla fine del processo, diciamo così. Ne avevamo provati diversi. Alcuni anche evocativi, ma nessuno “vestiva” il testo perfettamente.
“La colpa è di chi muore” è un vestito sartoriale, aderisce perfettamente allo spirito del libro e ne esalta l’aspetto etico. Chi lo leggerà capirà perché.
Dante Millesi è un giornalista che conserva, nello scrivere, un profondo amore per le parole e per la verità, mantenendo uno sguardo nostalgico e poetico sul passato e sul gioco del calcio. Quanto c’è di autobiografico nel tuo rapporto con la memoria e con la scrittura? E quanti Dante Millesi pensi esistano ancora oggi nelle redazioni dei giornali: tanti, pochi o mai troppi?
Di Dante Millesi ce ne sono nelle redazioni. Forse sempre meno, ma ce ne sono. Ed è il male del nostro giornalismo. Di solito sono quelli marginalizzati, messi da parte, in un mondo che esalta il conformismo più stantio oppure privilegia il facile scandalismo degli scoopisti, dei falsi perseguitati, degli eroi auto-proclamati.
Dante Millesi ama la scrittura e ama la verità. La scrittura e la verità per lui non sono un mezzo per raggiungere qualcosa d’altro, come la notorietà, il potere o la ricchezza. Sono semplicemente ciò a cui ha deciso di dedicare la sua vita.
In queste pagine, il mondo del calcio viene raccontato come luogo capovolto, in cui il più debole può ribaltare i rapporti di forza. Credi che oggi questa “utopia” sia ancora possibile, o è ormai solo un’illusione letteraria?
A me piace raccontare il calcio come metafora delle possibilità creative.
Il libro racconta attraverso il calcio quello che considero il rapporto più crudele generato dall’umanità: quello tra il potere e il talento, in tutte le loro forme. Il calcio, almeno nel terreno di gioco, è uno degli ultimi luoghi in cui il talento può battere il potere, la libertà può dribblare i limiti imposti dalle convenienze di chi governa. Come in un’opera di narrativa…
Se il tuo libro fosse una partita di calcio, quale momento racconterebbe? Un rigore sbagliato, un gol al novantesimo o un pareggio sofferto che lascia l’amaro in bocca?
È quella bellissima punizione che colpisce la traversa e batte sulla linea di porta senza entrare in rete…
Arrivato all’ultima pagina, cosa vorresti che il lettore ricordasse di più: un personaggio, un’idea o un sentimento?
Non saprei. Da lettore ho sempre tenuto in serbo qualcosa di diverso dei libri che mi sono piaciuti.
Se fossi un lettore terzo del mio libro credo che mi colpirebbe l’idea che, al di là di come le cose possono andare, ci sia ancora qualcuno che crede nella dignità dell’uomo e nel dovere di essere coerenti con se stessi.
Infine, la nostra domanda “di rito”: puoi sederti nel nostro Salotto con il tuo autore preferito. Chi inviti e cosa gli chiedi?
È una risposta difficile da dare. Al liceo ho letto quasi tutto di Herman Hesse, Fernando Pessoa ed Ernest Hemingway.
Ecco, li inviterei tutti e tre e starei lì ad ascoltarli, senza chiedere niente.
Salotto Giallo ringrazia autore e Casa Editrice per la disponibilità all’intervista.

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