Il gioco della storia di Philip Kerr

Il gioco della storia Salotto Giallo

Recensione di Francesca Pica

TRAMA

È il 1954 e l’atmosfera variopinta di L’Avana è turbata dalle violente repressioni della polizia contro i dissidenti al regime di Batista. Bernie Gunther, che vive a Cuba sotto falsa identità, ha vinto una barca al tavolo da gioco e si prepara a lasciare l’isola alla volta di Haiti. Con lui, la giovane Melba, prostituta rivoluzionaria ricercata per l’omicidio di un poliziotto.

Quando i due vengono fermati in mare aperto dalla marina americana, Bernie viene arrestato e condotto a New York, sotto la custodia degli agenti della CIA Silverman e Earp, che lo accusano di essere un «bastardo nazista». Da lì, verrà poi portato in Germania, nel carcere di Landsberg, nella cella numero 7, la stessa in cui Hitler fu rinchiuso dopo il putsch di Monaco e dove scrisse il Mein Kampf.

In quello spazio soffocante e infestato dai fantasmi del passato, Gunther ripercorre le sue gesta durante gli anni della guerra, rispondendo alle domande serrate dei servizi segreti e cercando di riportare alla mente eventi che non sembrano più così chiari. Pur essendo sempre stato antinazista, ha spesso avuto una condotta discutibile. Il confine tra realtà e finzione diviene sempre più sottile e mantenere i nervi saldi non è facile.

Bernie Gunther sa che dire la verità non è sempre la soluzione giusta se vuoi salvarti la pelle, per questo dovrà scegliere con attenzione quali carte giocare in questa nuova partita al tavolo della Storia: la posta in palio è la sua stessa vita.

Forse Dona Marina pensava che intagliate sulle nostre facce non fossero soltanto le tracce della vita; forse vi vedeva anche i chiaroscuri di coscienza e complicità, come se nessuno dei due avesse fatto quello che avrebbe dovuto fare, o peggio ancora convivessimo con qualche colpa segreta.”

Ne Il gioco della storia ritroviamo un Bernie Gunther autentico, eppure in parte diverso dal solito: resta il cinico e disilluso di sempre.

Questa volta Philip Kerr sceglie di colmare i vuoti nella sua vicenda personale e nella trama, dando vita a un romanzo al limite della spy story.

La trama si sviluppa, in un intreccio complesso tra storia, politica e il concetto di destino.

Kerr mescola eventi reali a eventi fantasiosi, in un gioco talmente scritto bene che il lettore è sempre in dubbio sul confine tra realtà e fantasia.

Una realtà e una fantasia che inducono a una riflessione sulla storia, ma anche su come la Storia venga raccontata e percepita.

Bernie Gunther è a Cuba a godersi il sole, i soldi e le belle ragazze.

Come abbiamo imparato, però, per lui l’imprevisto è sempre dietro l’angolo. Questa volta sarà un viaggio in barca a farlo finire nelle mani degli americani.

Da lì, Gunther intraprenderà un percorso che lo condurrà — non solo fisicamente — in Germania.

Ironia della sorte proprio nella stessa cella in cui Hitler scrisse il Mein Kampf, poi in Francia e infine… con i suoi ricordi, anche in Russia.

Tanto per cominciare, non provavo particolare simpatia per Bernhard Gunther. Era cinico e stanco del mondo, e di rado aveva una buona parola per chicchessia, men che meno per se stesso. Non se l’era certo passata bene in guerra, e aveva commesso non poche azioni di cui non andava fiero. Certo, questi erano sentimenti comuni a molti altri, ma anche dopo la guerra la sua esistenza non era stata una passeggiata; ovunque si fosse trovato a stendere il suo plaid, sul prato sembrava esserci sempre uno stronzo in agguato.

Il gioco della storia diventa così una sorta di memoriale della vita dell’ispettore Gunther.

In continui flashback tra passato e presente assistiamo al racconto della sua vita, sempre con quel tono sarcastico e distaccato a cui Kerr ci ha abituati.

Bernhard Gunther apre la botola dei suoi ricordi e dei suoi pensieri e si interroga su ciò che davvero è stato, è, e sarà.

È una sorta di manipolazione della storia: il lettore sa che Bernie non è mai stato un nazista, ma lui ne è davvero convinto?

Avevo davvero vissuto così a lungo, quando avevo così pochi pensieri e ricordi a dimostrarlo? Con tutto quello che avevo fatto, mi sarei potuto ragionevolmente aspettare di passare ore a rimembrare il passato. Invece niente. Era come guardare nell’estremità sbagliata di un telescopio. Il mio passato sembrava del tutto insignificante, quasi invisibile. E per quanto riguarda il futuro, le giornate che mi si prospettavano mi parevano vaste e infinite come la steppa.

Kerr, attraverso il suo protagonista, affronta il tema di come gli uomini con le loro scelte, anche quelle più banali, creino una specie di gioco in cui la realtà e la finzione si alternano a cercare una sorta di “quarta parete”. La manipolazione della verità, di ciò che si può e ciò che non si deve dire, costruisce  eventi che sembrano continuare a ripetersi: il ciclo della storia.

Philip Kerr

Philip Kerr Nato a Edimburgo, ha esordito con Violette di marzo, pubblicato nel 1989 e primo capitolo della trilogia berlinese, grazie alla quale ha collezionato una lunga serie di premi e riconoscimenti e viene considerato un maestro del giallo.

È inoltre autore di numerosi romanzi di successo. Amato dai giallisti, dai grandi autori letterari, dai divi del cinema, è scomparso precocemente nel 2018.

Fazi Editore ha pubblicato l’intera trilogia, composta da Violette di marzo (2020), Il criminale pallido (2020) e Un requiem tedesco (2021), e i romanzi L’uno dall’altro (2022), A fuoco lento (2023) e Se i morti non risorgono (2024).

Quel contesto storico che per Kerr è solo il pretesto per scrivere una vicenda ricca di sfumature politiche e morali.

E non solo, anche filosofica sulla casualità degli eventi e su come questa casualità vada a incidere sulla propria esistenza, ma anche su quella altrui. Con uno stile fluido, una scrittura che non si perde in eccessi, ma che è precisa. I dettagli storici si mescolano alla descrizione delle città, dei luoghi, delle persone, col risultato che nulla è mai troppo pesante, ma tutto è curato nei minimi dettagli.

È un viaggio nella storia, nella natura dell’uomo e nella sua integrità a rimanere fedele a sé stesso e/o agli altri, a tradirsi e tradire,
a costruire o distruggere.

Ma poi ho voluto fare l’eroe. Dimenticando che non ne ho la stoffa. Mai avuta. E poi il mondo li vuole, gli eroi. Sono fuori moda, come gli orli dell’anno prima.

Ne Il gioco della storia Kerr mescola sapientemente il thriller storico con il giallo e con lo spionaggio.

La suspense è sempre alta. E l’attenzione deve essere costante, perché è un continuo doppiogioco. Una sorta di filo sottile tra verità e bugia. E questa volta anche Bernard Gunther sembra non voler aiutare il lettore a crederlo un eroe.

E mi resi conto che alla fine ero diventato esattamente quello che aborrivo; che avevo oltrepassato il limite invisibile della decenza e dell’onore; che stavo per diventare il fascista che avevo sempre detestato.

Non ci sono giustificazioni, non ci sono scusanti…

Chi ha imparato a conoscere – e forse anche ad amare – l’ispettore Gunther sa che per lui le sfumature sono un’opzione che va presa con le pinze. In questo capitolo della serie, ciò che conta sono le percezioni del passato e come le scelte singole si riflettano sulla collettività e contribuiscano a scrivere la Storia.

Come e perché è responsabilità singola.

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