I sei delitti di Daphne St. Clair di MacKenzie Common

I sei delitti di Daphne St. Clair Salotto Giallo

Recensione di Francesca Pica

TRAMA

Daphne St. Clair è una vigile novantenne che vive in una lussuosa casa di riposo in Florida, dove ha trovato amici, divertimento e persino un fidanzato. Un fidanzato che, una mattina, viene trovato nel suo letto senza vita. Un decesso nel sonno, non certo una sorpresa a quell’età. Ma a sorprendere tutti è Daphne, che telefona alla polizia e dichiara di averlo ucciso. E di aver ucciso altre volte nel corso della sua vita. Molte altre volte.

La notizia fa impazzire i media e i social. Tutti parlano della serial killer novantenne, tutti vogliono intervistarla. 

Diffidente per natura e deliziosamente altezzosa, Daphne si nega ai più ma trova nella giovane e inesperta aspirante podcaster Ruth Robinson la voce a cui affidare il racconto della sua incredibile e rocambolesca esistenza. E Ruth, dal canto suo, ha più di un motivo per voler intervistare Daphne.

Puntata dopo puntata, dalle umili origini in Canada alla vita sfavillante nella New York anni Settanta, il pubblico affamato di true crime adora la storia della serial killer più sensazionale di sempre. Chi è davvero Daphne St. Clair: una spietata criminale? O un’icona femminista che si vendica degli uomini violenti?

Ma il vero enigma è un altro: Daphne sta raccontando la verità a una Ruth del tutto onesta? Chi delle due sta pilotando la narrazione?

Davvero un peccato, perché Daphne era una vecchietta adorabile: vivace e insieme sofisticata, con il portamento regale di chi è stato bello per gran parte della vita. L’età poteva aver spento la sua avvenenza, ma la consapevolezza di essere stata ammirata illuminava ancora i suoi tratti.

Un’adorabile vecchietta. Una casa di riposo esclusiva in Florida.
Un anziano che muore.

L’adorabile vecchietta che confessa di averlo ucciso, e di aver ucciso altre volte nel corso della sua lunga vita. Una giornalista disposta a tutto pur di intervistarla.

I sei delitti di Daphne St. Clair è un lungo memoriale della vita di una novantenne arzilla, che dietro la facciata elegante nasconde un passato da serial killer.

È un romanzo tutto al femminile: da un lato Daphne che racconta la sua vita, dall’altro Ruth che l’ascolta e registra.
Due donne completamente diverse tra loro, e non solo per una questione anagrafica.

Daphne si presenta subito come una donna che nella vita è stata vittima, per poi trasformarsi in carnefice. Una donna che ha fatto di tutto (ma davvero di tutto) per raggiungere i suoi obiettivi, riassumibili in: soldi, posizione agiata. È a tratti cinica, distaccata, usa il sarcasmo e l’ironia per mascherare i suoi sentimenti. Sembra fredda, algida, incapace di provare rimorso per ciò che ha fatto. Ha sempre una giustificazione pronta. Ma sotto questa corazza si nascondono segreti che non vuole svelare.

Dall’altra parte c’è Ruth: figlia unica di una madre single, abituata alla povertà e alla precarietà. Ruth continua a essere vittima della sua stessa inerzia, vive la vita in modo passivo. Anche il podcast, se da un lato sembra risvegliare in lei una voglia di rivalsa, dall’altro resta solo un mezzo per inseguire una verità a cui tiene disperatamente.

Per la prima volta sentiva tutto il peso della situazione. Sono seduta davanti a un’assassina. L’aveva sempre saputo, ma solo come un’astrazione, mentre adesso toccava con mano le conseguenze delle azioni di Daphne. Quella donna aveva privato le sue vittime dell’unico tempo che avrebbero potuto passare sulla Terra.

Attraverso domande e risposte ripercorriamo la vita di Daphne: da un paesino sperduto del Canada
al suo arrivo a New York.

Gli amori, i matrimoni, gli avvelenamenti, i figli. Daphne non si risparmia, parla a ruota libera, forse omette qualche dettaglio, ma non prova vergogna né rimorso. Ha fatto ciò che ha fatto perché ha sempre messo se stessa davanti a tutto.

Le persone sono come i cani: bisogna capiscano fin da subito chi comanda.

Chi è davvero Daphne St. Clair? Un’icona femminista che, attraverso gli omicidi, ha tentato di sovvertire il patriarcato? Una donna avida e senza scrupoli, che uccideva per noia? Un essere incapace di sentimenti e di rimorso? E Ruth, cosa rappresenta per lei? Un mezzo per conquistare i suoi quindici minuti di celebrità? O una sorta di confessore?

MacKenzie Common

MacKenzie Common, canadese, vive da anni nel Regno Unito, dove si occupa di diritto internazionale e di diritto nell’ambito dei social media. 

I sei delitti di Daphne St. Clair è il suo romanzo d’esordio.

I sei delitti di Daphne St. Clair della Common ricorda nella struttura I sette mariti di Evelyn Hugo, ma con meno glamour e più crime. Anche qui la protagonista è una donna che deve lottare per affermarsi, per uscire dal marcio da cui proviene.

Il fine però non giustifica i mezzi: Daphne assomiglia a una mantide religiosa che, come lei stessa afferma,
ho rispettato la promessa di rimanere con mio marito fino a che morte non ci separi”.

Quando un uomo comincia a tradirti, è dura levargli il vizio, come quando un cane attacca a pisciarti sul tappeto.

Il racconto di Daphne e Ruth è intervallato dai commenti su un forum dove si discute del podcast, perché si sa: il true crime piace a tutti. C’è chi la difende e chi la condanna.

Tornò a chiedersi perché aveva confessato. Aveva una vita agiata e protetta: perché gettare tutto all’aria e ritrovarsi in una spoglia cella di cemento, sotto una lampadina al neon, e bollata come un mostro al mondo intero? Per quale motivo sottoporsi all’inferno di un’indagine di polizia se potevi evitarlo?

Con I sei delitti di Daphne St. Clair, la Common prova a ribaltare l’immagine del femminismo con una feroce ironia, che a tratti spiazza. Le metafore di Daphne sugli uomini, spesso paragonati a cani, e il suo continuo giustificare ciò che ha fatto — anche quando non ci sono giustificazioni — ricordano tristemente il modo in cui tanti uomini parlano delle proprie violenze.

Forse, quando il mondo avesse smesso di pretendere tanto dalle donne, rinunciando a tenerle in riga con un carosello infinito di violenza, e giudizio, e distorsioni cognitive, allora non ci sarebbe più stato bisogno di donne come Daphne St. Clair. Ma sapere che Daphne aveva vissuto, e che aveva trovato la più cupa forma di libertà, rendeva un pochino più sopportabili quelle lunghe notti passate da sole, nell’isolamento di casa.

Salottometro:

I sei delitti di Daphne St. Clair Salotto Giallo

Link d’acquisto

Cartaceo
Ebook

,

Scopri di più da SALOTTO GIALLO

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere