Recensione di Cristina Casareggio
TRAMA
Guadalupa, dipartimento francese delle Antille, un paradiso tropicale di fondali marini, spiagge incantevoli e foreste lussureggianti. Un paesaggio da sogno scosso brutalmente dall’omicidio di un ricco costruttore, trafitto da una fiocina di fucile subacqueo e ritrovato sulla Scala degli schiavi, luogo simbolo dell’isola. Per il comandante di polizia Valéric Kancel è l’inizio di un incubo.
Si lancia alla ricerca di un assassino che sembra non lasciare tracce se non intenzionalmente simboliche, un serial killer che agisce sempre con lo stesso rituale e che a quanto pare sa molte cose di lui, di Valéric. Gli omicidi si susseguono, le indagini ristagnano. L’unico che sembra saperne qualcosa è il vecchio Évariste, per molti un ciarlatano, per molti altri un mago. Sia come sia, ha visioni in cui anticipa vittima e luogo del successivo omicidio. Valéric è scettico, non crede alla magia, ma le predizioni del vecchio creolo sono sempre esatte.
I bersagli del fiocinatore sono turisti scelti apparentemente a caso, ma piano piano si dipana un filo rosso che li collega, un filo rosso come il sangue…
C’è sempre una sola verità, Valéric. Quelli che dicono il contrario sono gli stessi che hanno il potere di manipolare la realtà, i potenti, i padroni, i vecchi e i nuovi colonizzatori. Mentire permette di asservire.
La Guadalupa francese è un dipartimento delle Antille, un’isola paradisiaca con spiagge da sogno, un verde sconfinato e una natura mozzafiato.
Un semicerchio di sabbia sottile a perdita d’occhio e migliaia di palme che proteggono quel paradiso dal resto della civiltà. Non c’è una barca, non c’è una casa, solo un’interminabile spiaggia da Robinson Crusoe, il luogo in cui a chiunque piacerebbe arenarsi da solo. Oppure impossessarsene in due, da innamorati. Uno di quei posti che servono da immagine del desktop a quelli che non partono, e di cui alla fine si pensa che non esistano.
Tanta bellezza nasconde però un passato intriso di sangue e schiavitù, di schiavi neri morti lavorando in condizioni disumane.
Michel Bussi ambienta Gli assassini dell’alba proprio in questo paradiso terrestre, ma già dalle prime pagine il luogo si tinge di sangue: un ricco costruttore, durante un bagno in una delle baie più spettacolari dell’isola, viene ucciso da un colpo di fiocina. Il suo corpo viene ritrovato il giorno successivo in uno dei luoghi più simbolici dell’isola, la scala degli schiavi.
Qui, dove tanto sangue è stato versato, gli schiavi hanno riconquistato la libertà a caro prezzo.
A indagare sull’omicidio è il comandante di polizia Valéric Kancel, uno “chabin”, nato da genitori meticci e descritto come un
nero strano. Ha i lineamenti, ehm, decisamente africani, compresi i capelli crespi, che però sono quasi biondi. Pelle chiara e occhi azzurri.
Un’anomalia genetica per un uomo con un passato oscuro e tormentato.
Ha lasciato l’isola per cercare una vita migliore nella polizia, a causa del difficile rapporto con i genitori. Si è formato una famiglia in Francia, ma è tornato a Guadalupa dopo la morte della madre, dove è rimasto per cercare una riconciliazione con il proprio passato.
Un uomo dalle radici fragili, che tenta di dare un senso al dove e al quando, immergendosi completamente nell’indagine
con una mente estremamente razionale.
Al capezzale di mia madre ho capito che in tutti quegli anni mi ero sbagliato, non mi vergognavo di Guadalupa, mi vergognavo di me.
Proprio questa razionalità si scontra con l’unico testimone dell’omicidio, il vecchio Evariste Pigeon, un “quimboiseur”, capace di vedere l’Occhio Nero e di predire con precisione come e dove accadranno gli omicidi, nonostante l’isolamento.
Valéric non crede alla magia, si fida solo di ciò che vede e non riesce a dare senso a queste visioni, che lo portano costantemente a restare un passo indietro rispetto all’assassino.
Non riesce a credere che su quell’isola si possa uccidere, immagina a stento che si possa morire, soffrire, invecchiare… si diventa vecchi nel suo quartiere, nelle case popolari dell’Abrevoir di Bobigny, non a Guadalupa! Gli assassini colpiscono nella tromba delle scale, non sotto le palme da cocco!
I sospetti si moltiplicano man mano che gli omicidi, sempre all’alba, aumentano: un gruppo separatista, che si fa chiamare “gli assassini dell’alba”, oppure qualcuno vicino a Valéric stesso, visto che gli indizi sembrano sempre riconnettersi al suo passato.

Michel Bussi
Michel Bussi è l’autore francese di gialli attualmente più venduto oltralpe.
È nato in Normandia, dove sono ambientati diversi suoi romanzi.
Ninfee nere (Edizioni E/O 2016) è stato il romanzo giallo che nel 2011, anno della sua pubblicazione in Francia, ha avuto il maggior numero di premi, e di cui le nostre edizioni hanno pubblicato anche la versione graphic novel.
Dello stesso autore ricordiamo Tempo assassino, Non lasciare la mia mano, Mai dimenticare, Il quaderno rosso, La doppia madre, La Follia Mazzarino, Forse ho sognato troppo, Usciti di Senna, Tutto ciò che è sulla Terra morirà, Nulla ti cancella, La mia bottiglia per l’oceano, Codice 612. Chi ha ucciso il Piccolo Principe?, Tre vite in una settimana, Ophélie si vendica, Un aereo senza di lei e Gli assassini dell’alba, oltre alla Caduta del sole di ferro, I due castelli e L’impero della morte, appartenenti alla serie N.E.O., tutti pubblicati dalle nostre edizioni
Michel Bussi intreccia sapientemente personaggi, tradizioni e introspezione creando un mix intenso che lascia senza fiato.
La tensione cresce pagina dopo pagina, alternando descrizioni dettagliate della natura paradisiaca a cadaveri ritrovati in luoghi simbolici.
Ragione, modernità, tradizione e magia si mescolano in un thriller mozzafiato, ambientato su un’isola incantevole.
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