Rhollywood di Marco Bugatti

Rhollywood Salotto Giallo

Recensione di Samuela Moro

TRAMA

Alice cresce a Rho, appena fuori Milano, e si trova ad affrontare il difficile passaggio all’età adulta nell’Italia che si affaccia al nuovo millennio.

Col suo piccolo gruppo di amici attraversa i grandi cambiamenti dentro e fuori di sé in una periferia talvolta brutale, finché il suicidio di Enrico e la successiva serie di strani decessi gettano la comitiva in una vicenda thriller, sotto l’ombra incombente di un inquietante inceneritore.

Ambientato nel 2001, Rhollywood di Marco Bugatti è un romanzo che racconta l’estate sospesa tra adolescenza e maturità di un gruppo di giovani nella provincia lombarda.

Alice, detta Allison, è la figura centrale di questo racconto: intorno a lei gravitano Danny, Dado, Chicco, Tia e l’Intorsogliato, cinque amici uniti dalla passione per la musica, dall’insofferenza per le regole imposte e da un desiderio confuso ma sincero di capire chi diventare.

Il romanzo alterna il presente del 2001 a digressioni ambientate negli anni Settanta, decennio evocato non solo come sfondo temporale ma anche come terreno fertile di rivoluzioni culturali, tensioni politiche e cambiamenti profondi nella coscienza collettiva. Proprio attraverso questi flashback emerge un legame generazionale che unisce i protagonisti alle storie dei loro padri e delle loro madri, ai sogni infranti e alle utopie tradite.

La struttura narrativa è originale: ogni capitolo porta il titolo di una canzone, creando una vera e propria playlist letteraria. Da Anarchy in the U.K. a Smells Like Teen Spirit, da Rape Me a Cemetery Gates, la musica funge da tessuto connettivo dell’intero romanzo. Non si tratta solo di un omaggio al rock, al punk e al rap, ma di un modo per restituire l’atmosfera di un’epoca e l’identità di chi l’ha abitata. La varietà dei generi evocati – dai Sex Pistols agli Articolo 31 – riflette la molteplicità degli stimoli culturali e dei riferimenti che influenzano i personaggi.

Bugatti costruisce una narrazione che procede per immagini vivide e dialoghi naturali, animata da un linguaggio colloquiale ma preciso, che riesce a cogliere l’incertezza dell’età di passaggio senza mai scadere nella retorica. La scrittura di Bugatti è piacevole e l’autore è abile nel dare vita a personaggi credibili, resi autentici da tic linguistici, dinamiche affettive complesse e momenti di fragilità condivisa.

Loro vedevano dentro alle cose. Per questo facevano gruppo.

La forza del romanzo sta proprio nella capacità di restituire il senso di appartenenza, la complicità e la malinconia tipiche di chi sta cercando il proprio posto nel mondo.

Tra le righe si sviluppa anche una sottotrama che introduce un elemento di tensione: una vicenda misteriosa legata a strane morti che coinvolge i ragazzi e il detestato inceneritore della città, la quale aggiunge al romanzo una sfumatura thriller.

Si tratta però di un filone secondario, che vede il suo apice nell’epilogo ricco di azione, ma il cuore della narrazione resta la vita quotidiana del gruppo: l’amicizia, le prime esperienze lavorative, l’incontro con il mondo della droga e la faticosa ma necessaria scoperta dell’autonomia personale.

La musica, onnipresente, diventa colonna sonora ma anche chiave interpretativa, come nella descrizione dei soprannomi dei personaggi, paragonati ai membri di una band punk rock:

Come in una band di punk rock, ognuno di loro aveva un soprannome…

A fare da sfondo è una provincia che vive in bilico tra marginalità e dipendenza dal centro nevralgico di Milano, descritta come una Babilonia moderna, magnetica e spietata:

Milano e la operosità erano le sorgenti di linfa vitale dalle quali la provincia doveva irrimediabilmente attingere…

Marco Bugatti

Marco Bugatti nasce a Monza nel 1978 e vive in provincia di Milano.

Già cantautore, questo è il suo primo romanzo.

Con Rhollywood, Marco Bugatti firma un romanzo generazionale dal respiro ampio, in grado di raccontare con lucidità e sensibilità un momento di passaggio.

Una storia di formazione più che un thriller vero e proprio, ma anche una riflessione sulla memoria, sulla musica e sul bisogno di sentirsi parte di qualcosa, anche solo per una stagione. Un libro consigliato in particolare a chi ha attraversato l’adolescenza o è diventato “grande” nei primi anni Duemila, e riconoscerà in queste pagine il suono, le atmosfere e le inquietudini di un’epoca di passaggio, in bilico tra analogico e digitale.

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