Recensione di Barbara Terenghi Zoia
TRAMA
Sicilia, Santacroce Mamertina, 31 agosto 2015. Spossato da uno scirocco che investe persone e cose col suo alito caldo e incessante, l’ispettore Falconara è chiuso nel suo ufficio, terribilmente annoiato dopo l’archiviazione di un’indagine di successo. È in quest’atmosfera sofferente e ovattata che, di punto in bianco, deflagra la notizia del ritrovamento di un cadavere orribilmente mutilato.
Il corpo, rinvenuto al civico 29 di via Custoza, sembrerebbe appartenere a Rudolfo Albano, proprietario di un’azienda vinicola i cui interessi economici sono fortemente legati al riciclaggio di denaro sporco delle cosche mafiose locali. Un delitto di mafia; facile, no? Falconara, tuttavia, vincendo la sua indolenza, e confrontandosi con il suo mentore, il commissario Mallus, non ne è del tutto convinto.
Accompagnato dagli agenti Moscuzza e Giangiulli, Falconara inizia a indagare su una storia familiare dalle sfumature assai torbide e ambigue, tracciando un’inquietante mappa dell’angoscia e delle fragilità umane, fino alla scoperta di una scomoda verità. Perché l’apparenza, in fondo, è parte integrante della realtà.
Il protagonista di Margini di un delitto è Ettore dei Conti Ribera Olivarella della Falconara, noto ad amici e colleghi semplicemente come ispettore Ettore Falconara, che, sotto la canicola africana del clima siciliano, preferisce di gran lunga cimentarsi con i cruciverba piuttosto che dedicarsi alle indagini.
Fin dalle prime righe dedicate alla sua descrizione, si intuisce che il personaggio è di lignaggio nobile: il portamento lo tradisce, come se l’eleganza gli appartenesse per natura, nonostante le sue eccentriche manie.
L’ispettore obbedì, anche se era allergico al lattice dei guanti chirurgici, che prima o poi gli avrebbe causato un’asma occupazionale, li indossò
Sì, perché l’ispettore Falconara è un ipocondriaco da manuale, al punto da non perdere mai una puntata di Medicina 33, certo che, prima o poi, il conduttore elencherà qualche sintomo che corrisponda perfettamente a quelli che lui – rigorosamente – si è autodiagnosticato.
“Badi bene di starmi a debita distanza chè altrimenti mi prende la claustrofobia e non rispondo di me”
Falconara non si lascia mai sfuggire l’occasione di sfoggiare il suo vocabolario forbito, specialmente con i colleghi, e lo fa con un certo gusto.
“Allora, ispettore, prime impressioni?” “una messinscena granguignolesca”.
E, come ogni buon professore mancato, non rinuncia mai a correggere gli errori altrui.
“Divieto di sosta. Comunque, il carro attrezzi dovrebbe essere un buon detergente” – “Si dice deterrente, quale detergente!”
Insieme a Falconara, la Sicilia è l’altra vera protagonista del romanzo.
Margini di un delitto ha un’anima profondamente cinematografica, grazie a descrizioni d’ambientazione così vivide che, tra maioliche colorate, caldo infernale, profumo di cannoli e colazioni in piazza, sembra davvero di assistere alla proiezione di un film.
“Mi dissero che sono nella lista nera! Quella dei morosi rachitici.” “Recidivi, semmai. Morosi recidivi!”
Ciò che emerge dalle pagine – come sottolinea anche Salvatore Frasca – è l’eco de Il Gattopardo: dalle descrizioni delle abitazioni alla sontuosità delle ville barocche, che, pur se in parte decadenti, conservano un fascino vibrante.
Una nobiltà d’altri tempi, che il romanzo restituisce in chiave sorprendentemente attuale, prende forma con le baronesse Costanza e Ninetta Balzanti, residenti nell’affascinante Palazzo Aretusa: incontrarle è come essere catapultati nell’Ottocento, come se una “sliding door” si fosse aperta sul passato.
Una Sicilia che deve fare i conti con il boss mafioso di turno, ma che riesce subito a scacciarlo, come si allontana una fastidiosa zanzara che tenta invano di rovinare una cena sulla terrazza affacciata sul mare.
Un’ambientazione perfetta per una commedia che, fin dall’antichità, gioca con colpi di scena dolceamari, e che Salvatore Frasca sfrutta abilmente in Margini di un delitto.
Le indagini e i retroscena dell’omicidio brutale richiamano nitidamente la tragedia de La baronessa di Carini, seppur con le necessarie variazioni.

Salvatore Frasca
Salvatore Frasca è nato a Messina nel 1969.
Laureato in Scienze Politiche, ha lasciato l’Italia per l’estero, dove è rimasto per 21 anni, misurandosi in varie esperienze lavorative.
Ha vissuto a Barcellona e Londra.
Oggi risiede a Monza ma quando può torna a Milazzo, il paese a cui è affettivamente legato.
Da dieci anni lavora nel campo della sperimentazione clinica.
La scrittura di Frasca è vivace e incisiva, con un ispettore di nobili origini, ipocondriaco e impacciato con le donne, che si contrappone alla crudezza del delitto.
Sullo sfondo, una Sicilia che ha un piede nel passato barocco e l’altro ancora incerto nel futuro.
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