Recensione di Alessandra Isabella Spanò
TRAMA
Tra le strade della Brooklyn dei primi anni settanta, in cui le avvisaglie della gentrificazione che cambierà il quartiere si intravedono solamente, si svolge un rituale quotidiano: a volte del denaro viene ceduto, altre degli oggetti cambiano proprietario, ma sempre viene riaffermato il potere del più forte. I ragazzi lo chiamano la danza.
La violenza è ovunque, ed è una valuta che, chi abita in questa zona, conosce e deve saper utilizzare o gestire. Per i bambini, bianchi, neri o mulatti, la strada è un palcoscenico in cui ogni giorno sono costretti a esibire la loro forza, le loro debolezze e vergogne. Dietro le quinte, apparentemente distanti ma inestricabilmente legati, si nascondono gli altri attori: genitori, poliziotti, lavoratori, librai, proprietari immobiliari, giornalisti, politici, insegnanti.
Culture ed etnie si mescolano tra microcriminalità, povertà e sogni di riscatto. Perseguitati e carnefici, vittime e criminali, tuttavia, possono facilmente scambiarsi di posto, e un quartiere che oggi sembra un’oasi per ricchi può aprire gli armadi della memoria e ricordare il suo passato, le sue storie e quelle di chi ci vive e ci ha vissuto.
Brooklyn crime novel di Jonathan Lethem (prima edizione originale 2023) si colloca astutamente all’intersezione di molteplici generi letterari, manifestando una consapevole ibridazione che risulta essere una caratteristica distintiva della produzione di Lethem.
Fondamentalmente si tratta di un noir urbano postmoderno manipolato e decostruito. Al contempo il libro può essere anche considerato una sorta di romanzo fantascientifico-sociale con un’evidente vena da romanzo di de-formazione. L’autore vuole indagare sulla condizione umana nelle metropoli contemporanee, facendone partire le radici dagli anni Settanta del ‘900, cioè dall’affermarsi del fenomeno della gentrificazione.
La Brooklyn di Lethem si configura come un microcosmo densamente stratificato, uno scheletro urbano in cui si sovrappongono storia collettiva e memorie individuali.
Lo scrittore ricrea meticolosamente la geografia sociale dei quartieri in trasformazione, in cui coesistono molteplici comunità etniche, delineando le dinamiche di classe e razza che informano l’esperienza quotidiana dei suoi abitanti.
In questo romanzola città diventa un organismo vivente, un attore narrativo a tutti gli effetti, emotivi e culturali, le cui metamorfosi si intrecciano indissolubilmente con le vicende dei personaggi, facendo invariabilmente corrispondere alle metamorfosi architettoniche quelle umane. L’autore costruisce una città che è, nello stesso tempo reale e mitologica. Lethem fa di Brooklyn sia una scenografia, sia un memoriale.
I personaggi del libro sfuggono alla categorizzazione. Non ci sono nomi, al massimo qualche iniziale fittizia o indicazioni generiche, figure fluide, come il Ragazzino bianco che attraversa l’opera come un simulacro di identità più che come individuo. Gli altri protagonisti — il Bambino Viziato, il Figlio del Milionario, C., o più genericamente giovani afroamericani, immigrati, padri falliti, madri disilluse — non evolvono, non si redimono, ma si lasciano definire dal contesto, dalla storia urbana che li contiene e li trasforma.
L’identità, in Brooklyn crime novel, è sempre relazionale e incompiuta. Le comunicazioni infatti sono heideggarianamente inautentiche, dettate dal mantra “Lo sanno tutti” tipico del pettegolezzo di quartiere, che però poi si ribalta nell’omertoso “Lo sanno tutti” tipico della politica dell’invisibilità.
Quindi la stessa frase, che è la cornice ed il motore delle relazioni fra le figure del romanzo, ha una duplice valenza, ma sempre negativa. Neppure il Narratore sfugge a questo mascheramento identitario. Lethem lo rappresenta infatti come un abitante anonimo di Dean Street: onnisciente, ma senza volto.
Brooklyn crime novel esplora con acume diversi nuclei tematici connessi fra loro. Centrale è l’esame della violenza urbana come fenomeno sociopolitico e delle sue ripercussioni sulla psiche collettiva e individuale. L’autore indaga la relazione dialettica tra crimine e memoria, rivelando come gli atti violenti si sedimentino nel tessuto sociale e contribuiscano alla mitologia urbana.
La questione dell’autenticità culturale emerge attraverso l’analisi delle dinamiche di appartenenza comunitaria in un contesto di rapida trasformazione socioeconomica, mentre il tema dell’investigazione è reso solo come mera possibilità di conoscere la verità in un mondo caratterizzato da narrazioni conflittuali.
Significativa è anche la riflessione sul ruolo dell’artista e dell’intellettuale di fronte alle ingiustizie sociali. Per Lethem gli scrittori sono rammentatori e a questo proposito nel libro cita Dickens, Ellroy, Chandler, Hamingway.

Jonathan Lethem
Jonathan Lethem è autore di romanzi, saggi, racconti; ha vinto la MacArthur Fellowship e il National Book Critics Circle Award per la narrativa.
Collabora, tra gli altri, con “The New Yorker”, “Harper’s Magazine”, “Rolling Stone”, “Esquire” e “The New York Times”.
Tra i suoi romanzi pubblicati in Italia: Concerto per archi e canguro (1994), Brooklyn senza madre (1999), La fortezza della solitudine (2003), Il giardino dei dissidenti (2014).
Presso La nave di Teseo ha pubblicato Anatomia di un giocatore d’azzardo (2017) e Il Detective selvaggio (2019) e L’arresto (2021).
Lo stile di Lethem in Brooklyn crime novel è denso, acuto, cinico, allusivo, stratificato, con una prosa che alterna registri lirici a momenti di crudo documentarismo. La narrazione è polifonica, con incursioni in flussi di coscienza, salti temporali, elenchi mnemonici e dialoghi spogli. L’uso di personaggi anonimi, scene incomplete, dettagli ricorrenti costruisce un senso di inquietudine e straniamento che riflette perfettamente il disorientamento della comunità che viene raccontato nel romanzo.
L’impatto emotivo sul lettore è tanto più forte quanto più ci si lascia coinvolgere dal ritmo ipnotico scelto dallo scrittore e dalla sua capacità di evocare sentimenti contrastanti: nostalgia, rabbia, frustrazione, perdita. Lethem costruisce una tensione emotiva per accumulo, lasciando che siano i dettagli (un marciapiede cancellato, una finestra murata, una voce marginale) a produrre la vertigine del riconoscimento. L’esperienza di lettura risulta quindi decisamente perturbante.
In Brooklyn crime novel spiccano l’ambizione formale e la profondità tematica.
Tuttavia questi stessi aspetti possono trasformarsi in una barriera per il lettore: l’assenza di linearità, la rarefazione dei legami causali e la nebulosità dei personaggi rischiano di compromettere l’accessibilità dell’opera, anche per un pubblico colto.
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