Ho rubato al re d’Inghilterra di Fabio Pozzo

Ho rubato al re d'Inghilterra Salotto Giallo

Recensione di Cristina Casareggio

TRAMA

Londra, 24 febbraio 1994. Un palazzo antico coperto da un’impalcatura, un allarme che non funziona, una sorveglianza che non c’è: è un colpo facile facile per un ladro esperto, che se ne va con una borsa piena di gioielli e altri preziosi e del tutto ignaro di chi sia quella nobile casa tanto lussuosa…

Lui è un italiano, si chiama Renato Rinino e si trova a Londra senza grandi progetti; il nome della sua «vittima» lo scopre qualche giorno dopo, dai quotidiani. Quello che ha svaligiato è St. James’s Palace, l’allora residenza londinese del principe del Galles, Carlo d’Inghilterra. 

È il furto del decennio, è uno scandalo, Scotland Yard va subito in fibrillazione, televisioni e giornali si impadroniscono e amplificano il caso. Rinino stesso, che in un primo momento ha cercato di vendere i gioielli, non sa cosa fare, finché non escogita un piano per tornare in Italia portandosi dietro la refurtiva. La caccia al ladro è cominciata…

Basandosi su documenti d’archivio, materiali dell’indagine, cronache giudiziarie, interrogatori, e soprattutto sul memoriale inedito di Rinino, Fabio Pozzo ricostruisce l’incredibile vicenda con precisione da detective e con avvincente piglio narrativo, raccontandoci anche, oltre al leggendario furto, la storia di un personaggio picaresco, sopra le righe e insofferente alle regole che tra luci e ombre insegue la sua piccola gloria.

«Negli anni Novanta sono entrato in possesso del memoriale di Renato Rinino, che ho custodito fino all’incoronazione di re Carlo III L’idea è scattata da lì»

racconta l’autore Fabio Pozzo in un’intervista. 

Un memoriale che diventa un romanzo, costruito intrecciando i materiali delle indagini di Scotland Yard, delle varie fonti investigative italiane, delle trascrizioni degli interrogatori e delle cronache giudiziarie.

La storia di Ho rubato al Re d’Inghilterra ruota attorno al cosiddetto “furto del secolo”, narrato in prima persona dal ladro stesso.

Un racconto in cui il protagonista cerca di conquistare da morto quella gloria che in vita non è mai riuscito ad ottenere.

Sono diventato ladro per ignoranza e povertà. Non lo dico per giustificarmi. Non sono in cerca di una motivazione sociale a prezzo stracciato, che inquadri in una luce più accettabile quanto ho fatto e quello che sono stato. Io sono diventato ladro perché l’ho voluto e perché ho coltivato e sviluppato un talento che presumo fosse innato.  Non cerco attenuanti. Dico soltanto che probabilmente, quello che sostengono criminologi e sociologi, quando parlano di fattori sociali, culturali e ambientali che portano a commettere un crimine, non è che un’accozzaglia di fandonie.

Fabio Pozzo ci trasporta nella Savona degli anni ’80, tra le difficoltà quotidiane di un ragazzo che, per sfuggire alla povertà, non trova altra via se non quella del furto.

Un ragazzo che ama profondamente la famiglia, ma che, per evitare i dispiaceri derivanti dal “mestiere” che si è scelto, se ne allontana, trovando conforto in un gruppo di amici che, come lui, hanno scelto la via più facile per sopravvivere.

Ci sentivamo forti, non c’era nessuno che ci dicesse cosa dovevamo fare, eravamo liberi. E questa per me era davvero una bella sensazione, che mi faceva stare bene, in pace.

Ma non è tutta felicità, quella libertà ha un prezzo. Le incarcerazioni per furti minori sono numerose, così come le cadute rovinose dai tetti, le sconfitte.

Il carcere, seppur minorile, era un inferno, ma fuori non era un paradiso. Che brutti anni! Vedevo la mia città sempre più tetra, grigia, cattiva. Mi sentivo scivolare in un tunnel sempre più buio.

Il giovane Renato decide quindi di tentare la fortuna in quella Londra che, in quegli anni, era la meta ideale per chi sognava una vita diversa. È una città che lo attrae e lo cambia, almeno in parte.

A Londra stavo bene perché avevo un altro concetto di vita. Continuavo a rubare, è vero, ma la mia mente si apriva ad un orizzonte sempre più ampio, mentre nella mia città lo sguardo si richiudeva sul nulla. Tutto e tutti mi davano fastidio.

Dopo giorni in cerca di un lavoro “normale”, però, la tentazione dei tetti si fa sempre più forte. Finché un giorno si ritrova davanti a un’impalcatura che nasconde una villa enorme. Entrarvi, paradossalmente, è facilissimo.

Un colpo di fortuna? Un allarme dimenticato? Fatto sta che Renato è dentro e quello che si trova di fronte non è un appartamento come gli altri… ma quello di un futuro re.

Siamo negli anni di Lady Diana, della relazione tra Carlo e Camilla , anni in cui i riflettori dei media sono puntati su Buckingham Palace e sulla famiglia reale. Eppure, nonostante tutto, Renato riesce nel colpo e, soprattutto, riesce a tornare in Italia con la refurtiva.

Fabio Pozzo

Fabio Pozzo, genovese di Recco e giornalista de «La Stampa», si occupa da sempre dei temi legati al mare, dalla storia della navigazione all’economia marittima, dalla nautica alla vela delle grandi regate, come l’America’s Cup e i giri del mondo. 

In Ho rubato al Re d’Inghilterra Fabio Pozzo alterna con maestria la voce di Renato a quella degli investigatori di Scotland Yard. Il risultato è un ritmo incalzante, che rende il romanzo quasi un poliziesco.

Le strategie della polizia londinese, che pezzo dopo pezzo ricostruisce i movimenti del ladro, le coincidenze, i colpi di fortuna, la voglia e la speranza di scoprire la verità su un caso che ha messo in subbuglio i reali, tutto è raccontato con maestria e dovizia di particolari.

Il ritratto psicologico del ladro gentiluomo, come si definiva Renato, è curato nei minimi dettagli tanto che, pagina dopo pagina, il lettore si ritrova a schierarsi dalla sua parte. Perché si, si tratta di un furto. Ma quello che Renato ha compiuto, in fondo, è qualcosa di epico!

“God Save the King”

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