La controra del Barolo di Orso Tosco

La controra del Barolo Salotto Giallo

Recensione di Cristiano Colombo

TRAMA

“Un morto, commissario. Si sono rubati un morto.” Non c’è pace per Gualtiero Bova, che tutti chiamano il Pinguino e, come ogni pinguino che si rispetti, prova a godersi in tranquillità salvifiche nuotate solitarie nei fiumi del basso Piemonte, dopo che un trasferimento l’ha privato del suo mar Ligure.

Una telefonata, il furto di un cadavere da un cimitero annunciato da un prete, ed ecco che quell’autunno che ha fretta di farsi inverno precipita in un abisso di orrore. E la Provincia Granda, profonda, in apparenza immobile, diventa il palcoscenico irreale in cui si muovono apostoli di antichi rituali, improbabili cacciatori di demoni, torturatori sui generis, killer implacabili…

Il Pinguino, insieme alla fedele bassotta Gilda e a una stramba squadra di poliziotti, si ritrova per le mani un caso intricato che lo porterà a scontrarsi con una rete di pericolosi criminali, entrando in contatto con le parti più oscure e meschine dell’animo umano.

Torna l’indimenticabile commissario creato dall’autore rivelazione della crime fiction italiana, con la sua umanità ruvida, il suo sarcasmo, la sua goffaggine, i silenzi impenetrabili, l’amore per il bere e il mangiare.

Torna con un’altra storia che è una nuova partita a scacchi con il destino, dove il sangue, che è sacro ed è vita, diventa pasto per acquietare lo spirito del male.

La Controra del Barolo è un noir che usa il giallo come pretesto per parlare di un’Italia invisibile: quella che resiste, che cambia e che si sgretola sotto il peso del tempo.

Orso Tosco non scrive un’indagine, ma prosegue una personale esplorazione antropologica, un viaggio nel tessuto più profondo delle Langhe.

La fascinazione turistica delle guide enogastronomiche e l’idillio malinconico della letteratura di provincia vengono messi da parte in favore del lavoro, della memoria, del sangue misto al vino.

Il Pinguino, protagonista enigmatico e disilluso, che in questo secondo romanzo impariamo a conoscere meglio, non è il classico detective, ma un osservatore costretto a sporcarsi le mani. Il suo metodo non è fatto di deduzioni geniali, ma di immersione, di ascolto, di lettura dei segni che gli altri ignorano. Tosco costruisce un personaggio che si muove come un archeologo della provincia, scavando tra le parole non dette e i silenzi più densi delle parole.

Fenoglio e Pavese avevano fatto delle Langhe una terra di guerra, memoria e resistenza. Tosco le riscrive come un territorio di contraddizioni contemporanee, dove la bellezza si mescola alla paura del cambiamento, dove il vino è ancora una religione, ma anche un’industria, un’ossessione.

Il Barolo, che nel titolo sembra solo un’evocazione geografica, diventa un simbolo sfaccettato: un’eredità contesa, dove il vecchio e il nuovo si scontrano; una trappola, perché chi nasce qui non sempre può andarsene; un sigillo, perché ciò che si beve racconta chi siamo.

Orso Tosco

Orso Tosco è una delle voci più originali del noir italiano contemporaneo. La sua formazione eclettica – tra scrittura, cinema e antropologia – si riflette in uno stile che mescola analisi sociale e costruzione narrativa con un equilibrio raro.

Con La Controra del Barolo, Tosco si afferma sempre di più come un autore capace di unire tensione narrativa e spessore letterario, dimostrando che il noir non è solo un genere, ma uno strumento per leggere il mondo.

Se il noir italiano contemporaneo avesse bisogno di una nuova direzione, Orso Tosco è uno degli autori che potrebbe tracciarla.

Tosco riesce a far sì che il paesaggio non sia solo una scenografia, ma un personaggio attivo. Il vino, la terra, il sole della controra non sono sfondi, ma elementi narrativi che incidono sulla psicologia dei personaggi, sui loro conflitti, sulle loro scelte.

La narrazione è costruita con una precisione millimetrica, alternando passato e presente con un ritmo che non segue la classica linearità del noir. Il tempo, nella scrittura di Tosco, è fratturato. L’indagine avanza tra analessi strategiche che non servono solo a ricostruire i fatti, ma anche a svelare il modo in cui il passato si insinua nel presente, senza lasciare scampo.

Lo stile è secco, chirurgico, ma con squarci lirici improvvisi, specialmente nelle descrizioni paesaggistiche, che non sono mai meramente descrittive, bensì cariche di sottotesti emotivi. I dialoghi sono essenziali, spesso interrotti, pieni di pause che dicono più delle parole. Il dialetto appare in punti strategici, senza eccessi né folklore forzato, ma con una precisione che aggiunge spessore ai personaggi.

La Controra del Barolo non è un noir canonico, ma una sovversione del genere. Ricorda Leonardo Sciascia, che usava l’indagine per smontare la società, o Carlo Emilio Gadda, nel suo sguardo sulle dinamiche di potere che si annidano nei dettagli. Ricorda Massimo Carlotto, per la capacità di usare il noir come strumento di denuncia e analisi sociale.

Ma Tosco non imita. Rielabora, creando un noir che è insieme radicato nel reale e stilisticamente raffinato, dove il mistero non è solo chi ha ucciso chi, ma come il passato continui a uccidere il presente.

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