Recensione di Alessandra Isabella Spanò
TRAMA
Un intruso in famiglia di Monika Kim
La famiglia di Ji-won è in disarmo: il padre è andato via, la sorella è in crisi, la madre ha pensato bene di scegliersi un nuovo, invadente compagno dagli occhi azzurri che si è installato a casa loro.
Sono proprio i suoi occhi a tormentare Ji-won. Sogna occhi di ogni tipo… come quelli dei pesci, ingredienti di alcune ricette tradizionali coreane: chi li assaggia è destinato alla fortuna.
Ma quando Ji-won decide di assecondare la sua rabbia, diversi eventi si succederanno intorno a lei e le cose prenderanno una piega decisamente terrificante…
Un intruso in famiglia di Monika Kim, rappresenta una delle opere più discusse della narrativa di ultimissima pubblicazione, un romanzo che intreccia elementi di horror psicologico, cinematografico e critica sociale.
Pubblicato per la prima volta nel 2024, il testo ha attirato l’attenzione per il modo in cui affronta questioni legate all’identità, alla percezione e alle dinamiche familiari, soprattutto quelle dell’abbandono e della vendetta.
La narrazione segue un intreccio frammentario, che riflette il tema centrale della disgregazione della realtà e della soggettività.
L’ambientazione principale è una città non precisata della California.
L’Autrice affida la costruzione del mondo a frammenti narrativi, immagini visionarie e simboli ricorrenti, come la luce, il buio, il mutare delle stagioni, ma il cui epicentro è e rimane sempre la casa di famiglia della protagonista e, in seconda battuta, l’università che frequenta.
La componente horror emerge attraverso la tensione costruita non soltanto su eventi esterni, ma anche sulla distorsione percettiva della protagonista.
Il confine tra realtà e illusione viene continuamente sovvertito, generando un senso di angoscia che è tipico dell’horror esistenziale.
La struttura di Un intruso in famiglia è deliberatamente disorientante e disturbante.
Inoltre, l’orrore si manifesta anche attraverso l’interazione con il mondo esterno. I personaggi secondari spesso rispondono con aggressività o cinismo, mostrando come la società possa essere un luogo ostile per coloro che esprimono vulnerabilità.
Queste reazioni collettive contribuiscono a creare un’atmosfera opprimente che amplifica le esperienze individuali di paura e angoscia.
Nel romanzo il tema della cannibalizzazione è strettamente collegato all’orrore, fungendo da metafora potente per esplorare le dinamiche di potere, vulnerabilità e disumanizzazione.
La cannibalizzazione, cioè, non è solo un atto fisico di consumo, ma rappresenta anche una forma di prevaricazione e dominazione.
Non si può comunque fare a meno di evidenziare che l’uso dell’horror è eccessivo e disturbante anche per i lettori con un grado di normale sensibilità.
Innanzitutto, la narrazione si avvale di immagini grafiche e scene di violenza che producono choc nel lettore e dovrebbero servire a rispecchiare le esperienze traumatiche della protagonista.
Questi elementi orrorifici possono risultare opprimenti, creando un’atmosfera di angoscia costante.
La sovrabbondanza di situazioni raccapriccianti può far sentire il lettore intrappolato in una spirale di sofferenza.
L’intensità dell’horror può distogliere l’attenzione dalla trama principale e dai suoi sviluppi emotivi, rendendo difficile per il lettore connettersi con i personaggi e le loro lotte.
Questo approccio estremamente disturbante può risultare alienante, portando a una lettura che si concentra più sull’impatto sensoriale che sulla comprensione profonda delle dinamiche relazionali e sociali pur presenti nel romanzo.

Monika Kim
Monika Kim è un’autrice coreano-americana di seconda generazione, cresciuta a Los Angeles.
Questo è il suo esordio narrativo.
Kim dedica ampio spazio alla descrizione del corpo e delle sue trasformazioni, esplorando la fragilità e la decadenza della carne.
Questa attenzione ai dettagli corporei si traduce in scene di impatto, dove il cannibalismo diventa una forma di appropriazione estrema dell’altro, un atto che distrugge e consuma l’identità altrui.
Tuttavia, la minuziosità con cui vengono rappresentate queste scene può a volte risultare eccessiva, rischiando di alienare il lettore piuttosto che coinvolgerlo.
Questo iperrealismo, efficace prevalentemente nel creare disgusto, può diluire l’effetto emotivo globale, rendendo alcune sequenze più sgradevoli che spaventose.
L’orrore psicologico è una delle dimensioni più caratteristiche dell’opera di Kim, soprattutto nel modo in cui collega il cannibalismo a sentimenti universali come il desiderio, la colpa e la paura della perdita.
Tuttavia, l’esplorazione della psiche dei personaggi coinvolti in atti cannibalistici manca di profondità.
Sebbene l’Autrice sia capace di suggerire il conflitto interiore, alcune delle motivazioni restano molto poco sviluppate, lasciando il lettore con una sensazione di disagio e incompiutezza.
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