L’iraniano di David McCloskey

L'iraniano Salotto Giallo

Recensione di Marco Lambertini

TRAMA

Kamran Esfahani è un dentista iraniano che vive un’esistenza tutto sommato anonima a Stoccolma, finché non decide di diventare una spia per finanziare il suo progetto di cambiare vita e trasferirsi in California. Accetta di collaborare con il Mossad in Iran, in un’unità clandestina

incaricata di seminare caos e sabotare il Paese attraverso il traffico di armi, operazioni di controterrorismo, sequestri calibrati al millimetro. Ma più si addentra nel mondo dello spionaggio, più il confine tra la sua vita normale e la sua identità segreta svanisce. Catturato dalle forze di sicurezza iraniane, Kamran è costretto a confessare la sua storia a partire dall’omicidio spietato di Abbas Shabani, uno scienziato iraniano al lavoro su una tecnologia stealth per droni armati. E proprio quando il lettore è convinto di aver decifrato il disegno complessivo

dell’operazione, McCloskey ribalta la scacchiera con rivelazioni esplosive che rimettono in discussione ogni cosa: Kam conserva ancora un ultimo segreto, un nucleo di verità inconfessabile a cui non intende rinunciare, nemmeno sotto tortura. Un’opera intrisa di dettagli

realistici, che mostra senza filtri il volto brutale della violenza, della vendetta e delle guerre segrete combattute nell’ombra dei servizi di intelligence.

L’iraniano è una spy story nel senso più classico del termine: reclutamento di agenti, cellule clandestine, controspionaggio, talpe, operazioni segrete e una guerra sotterranea tra Israele e Iran.

Una storia di spionaggio tradizionale, dunque, ma raccontata con uno stile moderno, veloce ed  emozionante.

A rendere particolarmente efficace il romanzo è innanzitutto la struttura temporale. La storia si muove principalmente su due piani: nel presente  Kamran “Kam” Esfahani è prigioniero dei servizi segreti iraniani, mentre tra i sei e i quattro anni prima seguiamo le operazioni della cellula israeliana guidata da Arik Glitzmann e le conseguenti reazioni dei Quds iraniani, il corpo d’élite del controspionaggio.

Ma il presente di Kam non è soltanto la cronaca della sua prigionia. È anche il punto dal quale, attraverso un racconto in prima persona, il protagonista ripercorre gli avvenimenti che lo hanno portato a diventare una spia. Il lettore conosce quindi alcune conseguenze di ciò che è accaduto, ma deve tornare indietro per capire come ci si è arrivati.

McCloskey non racconta semplicemente cosa fa una spia, ma soprattutto come e perché una persona diventa una spia.

Kam non è il classico agente infallibile, addestrato a superare qualsiasi situazione: è un uomo con le proprie debolezze, paure e contraddizioni, che viene progressivamente coinvolto in un mondo del quale non conosce tutte le regole.

Dall’altra parte c’è Arik Glitzmann, spia israeliana e capo della cellula del Mossad chiamata “Cesarea”. È lui il reclutatore, colui che deve capire le persone, individuarne le debolezze e trasformarle in motivazioni. Nel suo personaggio c’è molto del professionista dell’intelligence, ma anche un uomo profondamente segnato dalla storia.

Glitzmann non  propone semplicemente a Kam  di diventare una spia: gli costruisce davanti una possibilità, quasi un’altra vita.

E se Kam rappresenta l’uomo che viene trasformato in una spia, Roya Shamani rappresenta forse la figura più vicina alla persona comune che si ritrova suo malgrado dentro quella stessa partita.

Roya è la moglie di Abbas Shamani, lo scienziato iraniano ucciso dal Mossad nel prologo. Giovane vedova di ventisette anni, con una figlia piccola e senza genitori, entra progressivamente nel mondo dei Quds fino a diventarne una segretaria amministrativa.

È un personaggio che cresce lentamente e acquista spessore col proseguire della storia.

Roya è giovane, emotiva e vulnerabile, sembra essere una delle poche persone veramente “normali” in una storia nella quale quasi tutti conoscono le regole del gioco dello spionaggio.

Lei invece deve impararle mentre cerca semplicemente di sopravvivere.

E proprio per questo la sua posizione nel triplo gioco che si sviluppa nel romanzo diventa particolarmente interessante. Non è facile capire fino a che punto sia una pedina e fino a che punto riesca a diventare qualcosa di diverso. McCloskey evita anche qui definizioni troppo nette e lascia che siano gli avvenimenti a modificare progressivamente il nostro giudizio.

Come nelle più classiche storie di spionaggio, c’è anche la ricerca della talpa. Ma anche qui il gioco si complica: all’interno del Mossad una talpa esiste davvero, mentre nei Quds iraniani quella talpa è invece una costruzione di Kam, un’informazione falsa creata per alimentare il depistaggio.

Due ricerche apparentemente speculari, ma fondate su presupposti completamente diversi. E ancora una volta il lettore è costretto a chiedersi non soltanto chi stia mentendo, ma chi abbia interesse a far credere vera una determinata menzogna.

David McCloskey

David McCloskey è un ex analista e consulente della CIA presso McKinsey & Company. Si è specializzato in politica energetica e Medio Oriente alla Johns Hopkins School for Advanced International Studies.

Durante il suo periodo alla McKinsey ha scritto regolarmente per il President’s Daily Brief, ha collaborato con il Congresso e con la Casa Bianca. Ha lavorato nelle sedi sul campo della CIA in Medio Oriente contribuendo alla sicurezza nazionale, in ambito aerospaziale e dei trasporti. Vive in Texas con la moglie e tre figli.

La trama acquista forza e tensione nel modo in cui McCloskey racconta le operazioni di spionaggio.

Israeliani e iraniani non si muovono dentro piani perfetti, costruiti a tavolino e destinati a funzionare senza intoppi. Le operazioni sono sporche, crude, imperfette, piene di errori, imprevisti e variabili che costringono gli uomini sul campo a cambiare continuamente strategia.

L’errore fa parte del gioco, anzi sembra quasi essere il gioco stesso.

Un piano salta, qualcosa va storto, una situazione cambia e bisogna improvvisare. E questo vale per entrambe le parti: israeliani e iraniani non sono macchine perfette di intelligence, ma uomini che devono confrontarsi con l’imprevisto e cercare continuamente di anticipare le mosse dell’avversario.

La tensione non nasce soltanto da quello che potrebbe succedere, ma anche dalla consapevolezza che qualsiasi cosa può andare diversamente da come era stata progettata.

I momenti del romanzo che raccontano la prigionia di Kam, sono quelli in cui l’autore lascia maggiormente spazio alla dimensione umana. Durante la prigionia racconta il proprio passato e torna continuamente alla persona che era prima di diventare una spia. Ma quello che gli rimane, dopo essere stato messo alle strette e spezzato, è un segreto al quale si aggrappa come all’ultimo frammento della propria identità.

E naturalmente il segreto diventa anche una delle chiavi della storia.

Senza svelare nulla, il percorso di Kam e Roya trova proprio nelle ultime pagine una risposta che dà senso a molte delle domande disseminate nel romanzo. Il finale è forse in parte prevedibile, ma questo non ne diminuisce l’efficacia: arriva al termine di una storia costruita con tale ritmo e tale tensione da risultare perfettamente incastonato nel meccanismo narrativo.

Tutto ciò che McCloskey ha costruito nella prima parte, i personaggi, i piani temporali, i reclutamenti, le talpe, i depistaggi, gli errori e le strategie alternative, prende velocità e si trasforma in un thriller adrenalinico nel senso più pieno del termine.

E c’è un altro aspetto particolarmente apprezzabile: pur essendo una storia di puro intrattenimento, L’iraniano non rinuncia a guardare la realtà.

Il regime iraniano viene raccontato in maniera fortemente critica, ma McCloskey non trasforma il romanzo in una celebrazione della parte opposta. Anche gli estremisti israeliani vengono mostrati senza sconti. Non c’è una necessità di dividere il mondo in buoni e cattivi.

Alla fine, ciò che rimane è proprio questa sensazione: in una storia costruita sul segreto, sulla manipolazione e sul doppio e triplo gioco, la verità è sempre parziale e i ruoli non sono mai completamente trasparenti.

Kam, Glitzmann e Roya sono tre personaggi molto diversi, ma tutti e tre, in qualche modo, cercano di sopravvivere dentro una partita che sembra continuamente sfuggire al controllo di chi la sta giocando.

E forse è proprio questa la forza maggiore di L’iraniano: McCloskey prende gli elementi più classici dei romanzi di spionaggio e li rende moderni attraverso un ritmo serrato, una costruzione narrativa intelligente e personaggi che non possono essere racchiusi facilmente dentro una definizione.

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