Recensione di Marco Lambertini
TRAMA
Nel ventre del museo del Prado a Madrid, Tessa Vanetti, una giovane restauratrice specializzata nel Cinquecento olandese, sta ripulendo un’opera unica al mondo, il misterioso Trittico delle Delizie del pittore fiammingo Hieronymus Bosch. I suoi pannelli lignei rappresentano un’umanità vinta dal peccato, ibrida e deforme. Il lavoro procede spedito quando d’un tratto qualcosa la blocca: in corrispondenza di una delle figure più enigmatiche dell’opera – una lama tra due orecchie circondate da anime dannate – Tessa nota un’imperfezione. Un attimo dopo la pittura cede e sotto l’immagine dipinta da Bosch emerge un elemento inquietante. A Roma, nel parco della Caffarella, l’ispettrice capo Miriam Tiberi si trova di fronte a uno scenario grottesco: il corpo di un uomo con una bizzarra maschera animalesca viene rinvenuto nella vasca di una piccola fattoria.
Quando la foto della vittima compare sulla stampa, nella squadra d’indagine entra Nemo Sperati, docente delle Belle Arti e consulente della polizia per casi “speciali”. L’unico in grado di sintonizzarsi con la scena del crimine e svelare simboli celati nell’opera dell’assassino. Sulle tracce di un mistero antico cinque secoli, Miriam, Nemo e Tessa dovranno fare i conti con un killer che sta usando Roma come sfondo per le sue installazioni mortali. Per ritrovarsi di fronte alla più assurda delle domande: Hieronymus Bosch ha nascosto un oscuro messaggio tra le ombre del Giardino delle Delizie? Torna Nemo Sperati, l’esperto d’arte capace di leggere la scena del crimine come un quadro d’autore.
Hieronymus Bosch, il grande e controverso pittore fiammingo del ‘500 e’ il centro di gravità de Il giardino delle ombre.
Mirko Zilahy sceglie il suo sguardo per raccontare la seconda indagine di Nemo Sperati e dell’ispettrice Miriam Tiberi e, fin dalle prime pagine, ci fa capire che il thriller è soltanto il linguaggio con cui vuole parlare di altro. Dell’arte, del confine tra vero e falso e, soprattutto, ancora una volta, della differenza tra guardare e vedere.
L’indagine prende avvio da una serie di omicidi che sembrano riprodurre la forza visionaria del Trittico del Giardino delle Delizie.
I corpi vengono messi in scena come opere d’arte e ogni dettaglio sembra chiedere di essere interpretato prima ancora che spiegato. È Nemo a coglierlo immediatamente.
«Il rito di quegli omicidi, la messa in posa, gli oggetti attorno alle vittime sono segni tangibili della sua ossessione per Bosch.»
Durante il restauro del Giardino delle delizie, al Prado di Madrid, Tessa Vanetti ritrova, quasi per caso, una parte di un orecchio nascosto sotto la pittura. È un’invenzione narrativa, naturalmente, ma Zilahy la rende talmente verosimile da farcela accettare senza esitazione. Non è un semplice espediente investigativo: è il momento in cui ci invita a entrare in quel territorio ambiguo dove il vero e il falso finiscono per sovrapporsi. Lo stesso territorio in cui si muovono Bosch, Rufo Sperati e, in fondo, l’intera storia.
Da quel momento si avverte forte la sensazione che il romanzo cambi natura. Le prove non bastano più, bisogna imparare a leggere immagini, simboli, rimandi.
È qui che Zilahy, ancora una volta, supera i confini del thriller.
L’indagine resta serrata, il ritmo cresce fino a un finale di grande tensione, ma ciò che conta davvero è quello che accade sotto la superficie. Ogni delitto diventa una domanda sul nostro modo di osservare la realtà.
Mescolare un thriller serrato a momenti descrittivi su dipinti difficili potrebbe risultare un peso, ma non lo è per nulla grazie allo stile di Zilahy. La sua è una scrittura asciutta, precisa, estremamente visiva. Le descrizioni sono ricche di dettagli ma non rallentano mai il racconto; al contrario, contribuiscono ad aumentare la tensione.
Ogni scena sembra costruita per essere vista prima ancora che letta e questa capacità di trasformare le parole in immagini rende il ritmo ancora più incalzante.
È una scrittura che non si limita a descrivere, ma mette continuamente il lettore nella condizione di osservare.
Nemo Sperati non ha più bisogno di essere presentato.

Mirko Zilahy
Mirko Zilahy è nato a Roma nel 1974. Ha conseguito un Phd presso il Trinity College di Dublino, dove ha insegnato Lingua e letteratura italiana. Collabora con il “Corriere della Sera” ed è stato editor per minimum fax nonché traduttore letterario dall’inglese (sue, tra le altre, le traduzioni de Il cardellino di Donna Tartt, premio Pulitzer 2014, del celebre Mystic River di Dennis Lehane e di autori come Bram Stoker).
È così che si uccide, il romanzo con cui ha esordito nel 2016, è stato un grande successo internazionale di pubblico e critica. Sono seguiti La forma del buio (2017) e Così crudele è la fine (2018), editi da Longanesi. La Stanza delle Ombre (Mondadori, 2025), primo libro con protagonista l’esperto d’arte Nemo Sperati, ha segnato il suo ritorno al thriller, è stato finalista al premio Scerbanenco e ha vinto il premio Crapanzano
Zilahy ce lo fa conoscere attraverso gli occhi degli altri e, soprattutto, attraverso Tessa.
«Un ribelle e un ostaggio dell’arte.»
È una definizione che racchiude tutta la sua natura. Nemo continua a leggere il mondo attraverso l’arte, ma questa volta il suo sguardo incontra quello di Tessa Vanetti, studiosa di pittura fiamminga e tra le maggiori esperte di Bosch. Se Nemo arriva all’opera attraverso l’intuizione, Tessa ci arriva attraverso lo studio. Due percorsi diversi che finiscono per incontrarsi nello stesso luogo: quello in cui l’arte smette di essere semplice conoscenza e diventa uno strumento per interpretare il mondo.
Anche Miriam Tiberi affronta un cambiamento profondo. La sicurezza che sembrava definirla lascia spazio al dubbio.
«Miriam aveva perso la fiducia in se stessa.»
È una delle frasi che più colpiscono. Miriam non perde soltanto le proprie certezze investigative; perde fiducia nel proprio sguardo. Ed è proprio questa fragilità a renderla ancora più umana.
Su tutta la storia continua ad allungarsi l’ombra di Rufo Speranza. Più che un ricordo è una presenza costante, capace di mettere continuamente in crisi il confine tra autentico e falso. Attraverso Rufo, Zilahy ci ricorda che l’arte non serve a riprodurre la realtà, ma a ribaltarla, costringendoci a guardarla da un’altra prospettiva.
Anche il killer partecipa a questa riflessione. Le sue non sono semplici scene del crimine, ma vere e proprie messe in scena. Tra le righe si legge un omaggio al cinema di Dario Argento: non una citazione esibita, ma la stessa fiducia nella forza narrativa dell’immagine e nella capacità della visualità di raccontare l’orrore.
Poi come sempre c’è Roma che è molto più di un’ambientazione.
È una città nascosta, lontana dagli stereotipi, che cambia insieme ai suoi protagonisti e contribuisce a costruire quell’atmosfera sospesa che accompagna tutta la narrazione
Il punto di forza del romanzo risiede nella capacità dell’autore di mostrare come ogni personaggio guardi il mondo in modo diverso: Nemo attraverso l’arte, Tessa attraverso la conoscenza, Miriam attraverso la razionalità, Rufo attraverso il paradosso e il killer attraverso la deformazione.
È nello spazio che separa e al tempo stesso mette in dialogo questi sguardi che Zilahy costruisce il suo romanzo.
in falsitate veritas. In veritate falsitas.
Bosch, allora, non è più soltanto il pittore che ispira la vicenda, ma diventa la chiave con cui leggerla.
«Nella menzogna si trova la verità. Nella verità si trova la menzogna».
Con questo ultimo gioco di specchi si chiude l’indagine. Non il quadro, però, quello continua a restare davanti ai nostri occhi, chiedendoci, ancora una volta, se stiamo davvero vedendo quello che crediamo di guardare.
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