Recensione di Claudia Pieri

Rubrica a cura di Claudia Pieri
TRAMA
Nella sartoria della famiglia Elia, il tempo scorre al ritmo lento dell’ago e del filo, scandito dai divieti del padre, che teme la libertà delle figlie perché, nel Salento degli anni ’60, come nel resto d’Italia, le donne devono restare al loro posto. Eppure, in quelle quattro ragazze, qualcosa preme per uscire: la musica ribelle di Giovanna, i romanzi di Jane Austen in cui Ada si rifugia, la volontà di Maria di non accontentarsi e, soprattutto, la sete di immagini di Mimì, la più giovane, che, dalla cabina di proiezione del Cinema Apollo, mentre vede i film di Fellini e Visconti, scopre che la realtà può essere montata diversamente.
E decide che sarà lei a tenere la macchina da presa. Così, mentre tutt’intorno si accendono le lotte operaie e le occupazioni studentesche e si formano i primi gruppi femministi, dentro casa Elia si combatte una rivoluzione silenziosa per riuscire a chiamare per nome il desiderio e la violenza, il diritto al lavoro e quello al piacere. E Mimì filma tutto. Non cerca la bellezza, cerca la verità: riprende le sorelle che danno vita a un’impresa quasi impossibile, gli sguardi e i gesti impercettibili ma rivelatori, un matrimonio «normale» eppure pieno di incertezze.
Con forbici e determinazione, realizza un film che nessuno le ha chiesto di girare. Perché raccontare è resistere. Perché raccontando si può cambiare la vita, la propria ma anche quella degli altri. Perché tutti noi abbiamo vissuto anni in bianco e nero con la speranza di farli diventare un film a colori.
«Ogni storia è il racconto di qualcuno che arriva in un posto o di qualcuno che se ne allontana.»
È una frase che racchiude il significato profondo de Gli anni in bianco e nero di Francesca Giannone: una storia in continuo movimento, anche quando sembra immobile, perché ciascuna delle quattro protagoniste è alla ricerca del proprio posto nel mondo.
Il romanzo si srotola come una pellicola in bianco e nero, riportando il lettore ai primi anni Sessanta.
Attraverso la voce e lo sguardo attento di Mimì, «la più piccola della nidiata», filtrati spesso dall’obiettivo della sua “Anita”, si viene immersi in una vicenda che non è soltanto familiare, ma che diventa anche uno spaccato dell’Italia di quegli anni, un Paese attraversato da profondi cambiamenti nei costumi e nella società.
Non è soltanto una storia: è, in qualche modo, la nostra storia.
I numerosi riferimenti cinematografici, musicali e televisivi accompagnano il percorso delle quattro sorelle e contribuiscono a ricostruire con autenticità un’epoca di trasformazioni.
Ma soprattutto puntano i riflettori su una riflessione più ampia dedicata alla condizione femminile e ai cambiamenti che iniziano ad attraversarla, dando voce a
«tutte quelle giovani donne che mi si affastellavano nella testa».
Le pagine assumono così il valore di un vero e proprio manifesto della condizione femminile, mostrando le prime lotte per i diritti attraverso l’esperienza delle “Cassandre”:
«un’associazione di sole donne, un luogo sicuro in cui poter parlare liberamente di certi temi, in cui confrontarsi su ciò che non si osa pronunciare a voce alta, in cui ragionare sulle possibilità e sulle alternative da costruire».
Il loro obiettivo è chiaro:
«Perché nessuna Cassandra venga più privata della voce, perché nessuna venga più messa a tacere».
Una rivoluzione che nasce prima di tutto dentro ciascuna persona, prima ancora che nella società.
A incarnare il mondo che quelle giovani donne cercano di cambiare è la figura autoritaria di un padre e marito padrone, violento e dispotico:
«conoscevamo bene quel viso che si scomponeva per via della furia che montava, lo sguardo fatto di lame e forbici pronte per essere affondate, le mani che si stringevano in un pugno…».
Una presenza costante che incombe sull’intera famiglia:
«la presenza di papà, in un modo o nell’altro, finiva sempre per guastare l’atmosfera, era nube nera che irrompe all’orizzonte in una giornata d’estate».
A lui si contrappone una madre che, pur cresciuta dentro gli stessi schemi e incapace di comprendere fino in fondo le istanze di libertà delle figlie, cerca di proteggerle e sostenerle come può:
«Povera mamma, pensai. Perennemente affannata a tenere saldo un filo su cui tutte noi camminavamo in bilico e che poteva spezzarsi per un nonnulla…».
Il romanzo trova inoltre spazio per affrontare anche il tema dell’omofobia, invitando a riflettere su quanto il cammino verso l’uguaglianza sia ancora incompiuto.
«Una pervertita è. Come te. Pervertita e malata.»
Ciò che accadeva sessant’anni fa non appartiene soltanto al passato, ma continua a rappresentare una minaccia per chi rivendica uguali diritti e pari dignità, indipendentemente dall’orientamento sessuale.
Accanto alla riflessione sociale emerge il cuore più intimo del racconto: il legame tra le quattro sorelle, profondamente diverse tra loro ma unite da un sentimento incrollabile. È un legame che trova la sua sintesi nelle parole di Mimì:
«Sono fatta di Maria e del suo orgoglio; di Giovanna e del suo spirito ribelle; di Ada e del suo sguardo riflessivo. Sono loro, più io.»

Francesca Giannone
Francesca Giannone è un’autrice italiana. Dopo essersi laureata in Scienze della Comunicazione, ha studiato cinema al centro sperimentale di cinematografia di Roma. Ha curato inoltre la catalogazione dei trentamila volumi della Associazione Luigi Bernardi e ha frequentato il corso biennale di scrittura della Bottega di Narrazione «Finzioni».
Ha la passione per la pittura. Nel 2023 esce per Nord La portalettere, vincitore tra gli altri del Premio Bancarella. Tra gli altri titoli, sempre per Nord, Domani, domani (2024).
La scrittura di Giannone è empatica e immaginifica. L’autrice tratteggia con precisione le personalità delle quattro sorelle e dei loro genitori, mentre la narrazione in prima persona favorisce una completa immersione nella storia. Leggendo ci si ritrova, di volta in volta, nella sartoria, nella stanza delle ragazze, per le strade di Lecce, condividendone emozioni, speranze e paure.
La forza del romanzo è dirompente e va oltre ogni considerazione puramente stilistica o tematica. Risiede nella capacità di abitare il lettore fin dalle prime pagine, continuando a farsi spazio nei pensieri anche quando il libro è chiuso. Giannone riesce a far vivere sulla pelle ogni emozione, positiva o negativa, trasformando una vicenda familiare in un racconto universale che parla di libertà, coraggio, cambiamento e, soprattutto, appartenenza
«ciascuna è fatta di tutte le donne che l’hanno preceduta, e al contempo sarà parte di quelle che le succederanno».
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