Al Salone del Libro con… Luca Ongaro

Al Salone del libro con Luca Ongaro

Spazio a cura di Claudia Pieri e Samuela Moro

Intervista a cura di Barbara Terenghi Zoia

In occasione del Salone Internazionale del Libro di Torino abbiamo avuto il piacere di incontrare Luca Ongaro, autore di Onda di piena, nuovo capitolo della serie dedicata al Commissario Campani.

Un romanzo che unisce indagine, ricostruzione storica e ucronia, portando il lettore in una realtà alternativa in cui la Storia prende una strada diversa e diventa il punto di partenza per riflettere su memoria, potere, identità e incontro tra culture.

Agronomo di formazione, Luca Ongaro ha lavorato per anni nell’ambito della cooperazione e dello sviluppo internazionale, un’esperienza che lo ha portato a viaggiare e a conoscere da vicino luoghi e culture differenti. Proprio dal suo legame con l’Eritrea e dall’interesse per la storia coloniale italiana nasce l’universo narrativo che fa da sfondo alle indagini del commissario Campani.

A dialogare con l’autore per Salotto Giallo è stata Barbara Terenghi Zoia, che ha curato anche la recensione del romanzo (link alla recensione QUI), approfondendo insieme a lui la nascita di questa particolare ambientazione, il lavoro di ricerca dietro la serie e la costruzione del Commissario Campani: un investigatore lontano dagli stereotipi, profondamente umano e proprio per questo vicino ai lettori.

Ecco cosa ci ha raccontato Luca Ongaro.

Ha scelto di ambientare “Onda di piena” nella Macallè della Colonia Eritrea, un periodo storico poco raccontato nella narrativa italiana. Come è nata questa scelta e quanto lavoro di ricerca c’è stato dietro la ricostruzione dell’epoca?

Sono un agronomo e ho lavorato per il Ministero degli Esteri nell’ambito della cooperazione e dello sviluppo: per lavoro ho avuto modo di viaggiare molto e, tra i tanti luoghi che ho visitato, mi sono innamorato dell’Eritrea.

Ricordo ancora la prima volta che arrivai ad Asmara: è, a tutti gli effetti, una “città italiana”. Lo si percepisce nell’architettura, nel cibo, in alcune usanze. Ho incontrato anche persone anziane che parlavano italiano.

Sono aspetti difficili da conoscere davvero senza visitare quei luoghi di persona. Da lì è nata la curiosità: ho iniziato a studiare e a cercare ulteriori informazioni, in particolare sulla battaglia di Adua. Proprio da questo evento storico ho cominciato a immaginare una realtà alternativa, quasi distopica: cosa sarebbe successo se noi italiani avessimo vinto? Ci sarebbe stato comunque l’avvento di Mussolini?

“Onda di piena” non è il primo romanzo che scrivo sull’epoca delle colonie italiane in Africa. Il primo ha richiesto circa otto anni di lavoro, tra ideazione, ricerca e scrittura. Dopo alcune autopubblicazioni destinate inizialmente ad amici e parenti, ho deciso di inviarlo alle case editrici e i primi cinque romanzi sono stati pubblicati da SEM.

Quando poi la casa editrice è stata assorbita, non c’era più spazio per proseguire il percorso e non è semplice trovare un editore disposto a prendere in mano una serie già iniziata altrove. Per fortuna ho incontrato una piccola casa editrice molto dinamica, con un ottimo rapporto con gli autori, che ha deciso di credere nel mio lavoro.

Il commissario Campani colpisce perché è molto umano: ironico, disilluso, pieno di contraddizioni. Come ha costruito questo personaggio? È nato interamente dalla sua immaginazione oppure ci sono riferimenti reali o personali?

Il commissario Campani è una persona normale: è felicemente sposato, non si fa le canne in ufficio! Dovendo già raccontare storie ambientate in un altro continente e in un’altra epoca, creare anche un personaggio troppo strano sarebbe stato forse eccessivo.

Campani è un uomo comune, ma ha tanti aspetti presi da persone che conosco.

Per esempio è estremamente preciso: all’una in punto deve mangiare. Può anche crollare il mondo, ma lui deve sedersi a tavola!

Mi sono divertito a immaginare come saremmo potuti essere noi italiani in quella terra e in quella colonia, inserendo nel personaggio caratteristiche, abitudini e piccole manie che appartengono un po’ a tutti noi.

Nel romanzo l’indagine si intreccia continuamente con temi come il potere, la corruzione e il peso del passato. Fin dall’inizio aveva chiaro che il giallo sarebbe stato anche uno strumento per raccontare queste tensioni più profonde?

Quando si viaggia in Eritrea ci si accorge che è rimasto un ricordo spesso positivo degli italiani, soprattutto di quelli presenti negli anni Cinquanta e Sessanta, mentre altri aspetti molto più duri della nostra storia coloniale, come le leggi razziali o i massacri compiuti dal generale Graziani, sono stati pressoché cancellati.

Mi interessava raccontare proprio questo intreccio di culture. Già negli anni Sessanta in Eritrea esistevano molte coppie miste, italiani e persone del posto: in un certo senso lì il confronto con la diversità è avvenuto prima e forse in modo più naturale rispetto a quanto sia accaduto in Italia.

Per quanto riguarda temi come potere e corruzione, sono elementi che considero legati anche ad alcuni difetti molto italiani. Nel romanzo troviamo il piccolo sistema mafioso locale, gli intrecci tra politica e affari, la corruzione. Sono dinamiche che abbiamo conosciuto qui: perché immaginare che, in una colonia italiana, non sarebbero esistite anche là?

Salotto Giallo ringrazia l’autore e l’Ufficio Stampa iDobloni Edizioni per la disponibilità all’intervista
Onda di piena Salotto Giallo

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