Recensione di Alessandra Isabella Spanò
TRAMA
Da tre anni la psichiatra criminale Tamsin Shaw giace immobile in un letto d’ospedale, vittima di un terribile incidente le cui cause sono ancora ignote. Il limbo in cui si trova viene chiamato dai medici “stato vegetativo permanente”. Non è in grado di aprire gli occhi né di muoversi ma, al contrario di quanto tutti credono, è cosciente e sente ogni rumore, suono, bisbiglio. Il marito, la migliore amica, l’infermiera, un collega… tutti le parlano, le raccontano i propri segreti.
I momenti più commoventi, tuttavia, sono le visite di Elise, la figlia che portava in grembo all’epoca dello scontro, la figlia che non ha ancora mai visto. Fino a quando – a causa dell’assenza di miglioramenti – la direttrice della clinica propone ai familiari di “staccare la spina”. Una decisione impossibile da prendere, che però potrebbe liberare la donna dalla sua prigionia e seppellire una volta per tutte la verità su quella tragica notte.
E a qualcuno farebbe molto comodo… Per Tamsin avrà inizio una lotta contro il tempo per sbloccare i ricordi che ha rimosso e soprattutto uscire dal coma. Deve farlo per sua figlia, deve farlo prima che sia troppo tardi. Un thriller dalla intrigante e originale premessa, con una prospettiva narrativa unica e un ritmo da vero pageturner.
Le voci intorno a me si inscrive primariamente nel genere del thriller psicologico, con forti influssi da mistery clinico ed elementi drammatici di introspezione.
Natalie Chandler costruisce la tensione non tanto attraverso azioni concitate esterne, quanto soprattutto attraverso la percezione, l’incertezza, e il segreto, elementi tipici del thriller che induce lo smarrimento del lettore. Accanto a questo, vi è un’influenza del romanzo di suspense morale: le scelte etiche, i dilemmi sulla vita e la morte, la coscienza e la memoria, sono centrali.
Il confinamento fisico, la prigionia del corpo unita alla vivacità della mente creano atmosfere angoscianti che sfiorano il perturbante.
L’ambientazione del romanzo è relativamente contenuta: principalmente l’ospedale e la clinica in cui Tamsin Shaw si trova in stato vegetativo permanente, gli spazi medici, le stanze di degenza, gli spazi domestici dei suoi affetti—familiari, amici, colleghi—nonché i ricordi del passato che vengono ricostruiti via via. Non vi è un mondo esterno ampio o fantasie, ma il “mondo interno” della protagonista diventa il fulcro: ciò che sente, ciò che percepisce, ciò che le è stato nascosto.
Lo spazio reale è così filtrato attraverso le percezioni sensoriali e psichiche di Tamsin, che ascolta rumori, bisbigli, conversazioni, confessioni intime, ma non può rispondere né muoversi.
In questo senso il mondo si dilata non per numero di luoghi o varietà geografiche, ma per la dimensione interiore, per la stratificazione dei ricordi, delle omissioni, dei segreti che affiorano dal passato.
La struttura narrativa alterna almeno due linee temporali principali: il presente, in cui Tamsin è immobilizzata ma cosciente, costretta a osservare ed ascoltare; il passato, ossia gli eventi che hanno preceduto l’incidente, incluse le relazioni interpersonali, il lavoro, la vita privata, e il momento misterioso dell’incidente stesso. Questa alternanza serve a dosare l’informazione, a costruire suspense e a mantenere il mistero su ciò che è accaduto realmente. Vi è anche, nel presente, una sorta di test di tempo liminare: la proposta formale da parte della direzione della clinica di staccare la spina, che pone un orizzonte di azione e di decisione molto concreto; questa scadenza morale/incidente istituzionale dà struttura alla tensione narrativa, come un conto alla rovescia.
Dal punto di vista narrativo, la voce (cioè il narratore) è quasi esclusivamente interna a Tamsin.
Il lettore ha accesso a ciò che sente, pensa, percepisce, ma la sua immobilità la priva di azione fisica autonoma, e questo genera un contrasto: la mente attiva che però non si manifesta nel mondo. Ci sono occasionalmente scene o capitoli da altri punti di vista (familiari, marito) che ampliano la prospettiva, ma la maggior parte del carico emotivo e conoscitivo passa attraverso la coscienza silenziosa di Tamsin.

Natalie Chandler
Natalie Chandler ha studiato all’Università di Durham e lavora nel campo dell’educazione comportamentale.
È un’alunna della Curtis Brown Creative e i suoi romanzi d’esordio sono stati bestseller di Amazon.
Appassionata di altre culture, ha viaggiato in tutto il mondo, vivendo in Sud America e nel Caucaso.
Attualmente si divide tra Londra e la campagna del nord dell’Inghilterra.
Le voci intorno a me è il suo primo thriller a essere pubblicato in Italia.
Lo stile de Le voci intorno a me della Chandler è relativamente sobrio, diretto, ma con ricorso a descrizioni sensoriali molto incisive.
L’udito in primis, ma anche odori, suoni ambientali, bisbigli, rumori impercettibili — tutti elementi che si accordano con il punto di vista della protagonista immobilizzata. L’autrice usa una lingua che alterna momenti più interiori (flusso di coscienza) e dialoghi. La tecnica della narrazione interna in prima persona (o comunque focalizzata sulla mente di Tamsin) conferisce immediatezza emotiva. L’uso sapiente della memoria frammentata (flashback, ricordi che affiorano) serve non solo a spostare l’intreccio, ma a modulare il ritmo: i momenti del passato offrono pause nella tensione del presente, ma al tempo stesso alimentano il mistero.
Le voci intorno a me colpisce in modo potente: la condizione della protagonista genera immediata empatia e senso di ingiustizia. Il lettore è costretto a riflettere sul valore della vita, della comunicazione, sulla vulnerabilità del corpo e la forza della mente.
L’angoscia dell’immobilità, la solitudine, la crescente consapevolezza dei tradimenti intorno a Tamsin ci fanno entrare “dentro” la vicenda, nel silenzio forzato.
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