La casa sull’albero di Vera Buck

La casa sull'albero Salotto Giallo

Recensione di Cristiano Colombo

TRAMA

È tempo di vacanze. Henrik e Nora hanno deciso di andare in Svezia, nella vecchia baita di famiglia, con Fynn, il figlio di cinque anni. Tutto è rimasto come nei ricordi d’infanzia di Henrik: la casa di legno rossa con le finestre bianche, il prato, il laghetto che splende al sole.

Sembra di trovarsi in una fiaba di Astrid Lindgren. Eppure, nonostante la proprietà si trovi ai margini dell’ultima zona selvaggia d’Europa, in una foresta così grande da camminare per ore senza incontrare anima viva, sembra che qualcuno ci abbia vissuto di recente. E che li stia spiando…Molto presto, quella che doveva essere un’estate idilliaca si trasforma in un incubo: nei dintorni viene ritrovato lo scheletro di un bambino e subito dopo Fynn scompare.

Mentre i suoi genitori si lasciano prendere dai sensi di colpa, la polizia, con l’aiuto della studiosa di botanica forense Rosa Lundqvist, si chiede se esista un collegamento tra i due casi. E quali misteri si celino nel folto del bosco, dove una vecchia casa sull’albero resiste allo scorrere del tempo… Nuvole basse e pesanti che si insinuano tra le fronde, acqua ghiacciata e vento che sferza le onde.

La casa sull’albero è un inganno perfetto: sembra un thriller, ma sotto la superficie si muove qualcosa di più antico. Vera Buck scrive come se stesse riesumando un trauma collettivo.

Il romanzo si apre con una scena disturbante: un bambino, un uomo, il mare. Già in queste pagine iniziali capisci che Buck non è qui per consolare. È qui per ferire con precisione chirurgica.

Quando la storia si sposta nella baita svedese, il lettore respira — ma è un respiro avvelenato. La quiete del paesaggio è un set fittizio.
Sotto i licheni c’è il marcio.

Henrik scrive favole. Ma le favole non lo proteggono più. Nora è un’ingegnera lucida, ferita da uno stalker che forse è ancora sulle sue tracce. Fynn è un bambino che non sa di essere già al centro del bersaglio. Intorno a loro, i boschi si chiudono.

Ogni finestra è un occhio. Ogni cigolio è un annuncio.

C’è qualcuno che vive nella casa sull’albero. E non vuole essere dimenticato.

Vera Buck

Vera Buck è un’autrice tedesca.

Ha studiato giornalismo, letteratura e sceneggiatura in Europa e alle Hawaii e lavorato come autrice freelance a Zurigo.

Bambini lupo, pubblicato in Italia da Giunti nel 2024, è il suo esordio nel campo dei thriller, un successo di critica e di vendita in Germania.

Vera Buck non costruisce suspense. Costruisce una foresta emotiva dove ogni passo è una possibilità di crollo. Il punto non è scoprire chi ha ucciso.

Il punto è chi è sopravvissuto abbastanza da ricordare. La vendetta non è l’asse narrativo. È la memoria. È Marla.

Marla è la vera protagonista. Una bambina prigioniera di un uomo che si crede Odino.

I suoi pensieri, i suoi rituali, le sue poesie spezzate sono ciò che resta di un cervello che ha dovuto inventarsi un mito per non impazzire.

E intanto, nel sottosuolo, c’è Rosa. Botanica forense. Scava di notte, con rabbia, con metodo. È l’unico personaggio che non cerca colpevoli: cerca resti. E nel cercare, inchioda il romanzo alla sua dimensione più potente: quella della decomposizione come forma di verità.

Dove la polizia non arriva, arrivano le larve.
Dove il diritto non interviene, parlano le radici.

La scrittura de La casa sull’albero è tagliente, limpida, quasi anossica. Le frasi si muovono rapide, senza sentimentalismi, ma piene di una tenerezza nascosta che esplode solo nei dettagli. Una piuma nascosta sotto un materasso. Un odore che risveglia l’orrore. Una carta di caramella troppo nuova, in una casa dimenticata. È lì che il libro ti colpisce. Nelle cose che non dovrebbero esserci.

La casa sull’albero è un romanzo che disattiva il genere per trasformarlo in confessione. La Svezia qui è una trappola mitica. I boschi sono mitologia degenerata. Vera Buck trasforma la fiaba nordica in dispositivo psicotico. Astrid Lindgren attraversata da Lars von Trier.

La casa sull’albero di Vera Buck è una seduta spiritica con l’infanzia. Una storia dove ogni personaggio cerca di restare vivo, ma nessuno può più fingere.

L’autrice non scrive per farci paura, ma scrive per ricordarci cosa succede quando smettiamo di ascoltare le grida di chi abbiamo lasciato sugli alberi.

È una lettura che brucia. Come la memoria. Come un nome inciso su corteccia viva.

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